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Southworking, cos’è e perché merita di essere incentivato3 min read


IN BREVE

  • A causa della pandemia, molte aziende del Centro-Nord hanno permesso ai loro dipendenti che risiedono al Sud di lavorare da casa
  • Secondo una ricerca Svimez si tratta di 45mila lavoratori nei settori di manifattura e servizi. L’85% di loro rimarrebbe al Sud se fosse consentito
  • Cosa serve? Incentivi fiscali, riduzione dei contributi e crediti d’imposta
  • Le aziende, dal canto loro, temono la perdita di controllo sul lavoratore, attacchi informatici e i costi per il lavoro a distanza

L’arena di confronto: nessuno dei politici si è espresso sul southworking ma solo sul più ampio fenomeno dello smart working. Secondo il premier Giuseppe Conte “è una necessità, ma produce disuguaglianze tra i lavoratori meno garantiti”. Per Matteo Salvini “il lavoro in presenza è sempre meglio”, mentre il Segretario del Pd Nicola Zingaretti ha invitato le aziende che possono ad andare oltre la soglia minima del 50%

E se questo periodo trasformasse completamente il nostro modo di lavorare? Non sappiamo se lo smart working diventerà la norma, o quantomeno si ritaglierà più spazio in tutti i settori. Molti però hanno deciso per il momento di restare a casa, soprattutto chi lavora dal Sud. Sono 45mila i lavoratori del Mezzogiorno che operano a distanza per conto di grandi aziende del Centro-Nord, nei settori di manifattura e servizi. Il fenomeno si chiama southworking e chi ne fa uso chiede incentivi per poter continuare.

Il trend riguarda soprattutto le grandi imprese, con oltre 250 addetti, che possono permettersi di mantenere a casa gran parte del personale, senza mansioni a contatto con il pubblico. E però la cifra è notevole (sono più o meno 100 treni ad alta velocità). Se si tenesse conto delle piccole e medie imprese, il cui discrimine è avere più o meno di 10 addetti, il numero potrebbe più che raddoppiare, arrivando a oltre 100mila. Nei primi 3 trimestri del 2020 il 3% di chi si sposta dal Meridione al Nord per lavoro ha scelto di lavorare in southworking. Gli immigrati interni dal Sud al Nord per lavoro sono circa 2 milioni.
Il fatto che questa grande massa di forza lavoro rimanga al Sud è per forza un problema? No, anzi. Si potrebbero, ad esempio, studiare misure pensate per far sì che chi può rimanga dove preferisce anche dopo la fine dell’emergenza sanitaria. Sarebbe sicuramente un bene per le regioni meridionali se i giovani laureati tra i 25 e i 34 anni, che sono circa 60mila, non fossero costretti a partire per le ricche regioni del Nord per avere un posto di lavoro o mantenerlo.

Secondo un rapporto di Datamining per Svimez (Associazione per lo Sviluppo dell’Industria nel Mezzogiorno), l’85% degli intervistati tornerebbe a vivere al Sud se fosse permesso mantenere il proprio lavoro da remoto. Su un campione di duemila lavoratori, l’80% ha tra i 25 e i 40 anni, possiede titoli di studio in ingegneria, economia o giurisprudenza. Il 63% ha un contratto a tempo indeterminato.
La stessa ricerca ha interpellato anche le aziende, che da parte loro avrebbero interesse in alcuni casi a mantenere un rapporto di southworking. I vantaggi principali sono maggiore flessibilità nell’orario di lavoro e meno costi nelle sedi fisiche, ma dall’altra parte preoccupa la perdita di controllo sul lavoratore, i necessari investimenti per lavorare da remoto ed eventuali problemi di sicurezza informatica. Le richieste alle istituzioni? Incentivi fiscali o contributivi per le aziende che fanno uso di questa modalità di lavoro a distanza, riduzione dei contributi, crediti d’imposta per l’attivazione di una postazione, estensione della diminuzione dell’Irap al Sud e la creazione di spazi di coworking accanto a stazioni e aeroporti per ridurre costi fissi e ambientali. Insomma, se siamo destinati a lavorare a distanza ancora per un po’, perché non provare a farlo meglio?

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