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Il declino del fracking, che ha reso gli Usa i padroni del petrolio5 min read


IN BREVE

  • Il fracking è una tecnica che permette di estrarre il petrolio dalle rocce di scisto del sottosuolo, anzichè dai grandi giacimenti sottomarini
  • Il settore del fracking è esploso dopo la crisi del 2008 e ha reso gli Usa il primo produttore di petrolio al mondo
  • Il calo del prezzo del petrolio, anche prima della pandemia, ha messo in ginocchio il settore: almeno 26mila posti di lavoro sono stati persi negli Stati Uniti nel corso del 2020
  • Si va verso una maggiore concentrazione delle aziende, finora piccole e indipendenti. Sopravviverà solo chi riuscirà ad avere le carte in regola per ottenere finanziamenti
  • Gli Usa sono l’unico Paese a usare il fracking estensivamente. In Italia non si è mai parlato di introdurlo, anche a causa dei rischi ambientali

L’ARENA DI CONFRONTO: le maggiori controversie nell’ambito del fracking sono legate alla sostenibilità della tecnica, che richiede grandi quantità di acqua. Per estrarre petrolio, in un momento storico in cui bisognerebbe liberarsi dalla dipendenza dall’oro nero. Anche le emissioni di metano derivate dal fracking sono un serio problema: secondo Epa, l’agenzia ambientale degli Stati Uniti, in un orizzonte di 20 anni il metano rilasciato in questo modo potrebbe generare un inquinamento 84 volte superiore a quello dell’anidride carbonica. Altri evidenziano invece come il fracking sia utile perché riduce nel breve periodo la dipendenza dal carbone, che infatti è vistosamente calata negli ultimi anni, e permette di recuperare dal sottosuolo sia petrolio che gas naturale nello stesso tempo, con un notevole risparmio. Joe Biden, invece, ha detto di condividere i timori di chi è contrario ma che, se sarà eletto, non lo abolirà.

Da volano della crescita economica a settore in crisi nerissima. Alzi la mano chi sa cos’è il fracking. Anche se non molto conosciuta, è una tecnica per estrarre il petrolio che ha reso gli Stati Uniti il più grande produttore di oro nero al mondo. È stato il coronavirus a mettere in difficoltà l’intero settore petrolifero, abbattendo i trasporti. E a ridisegnare un segmento che ora rischia quasi l’estinzione.

Il petrolio che arriva dalle rocce

Cos’ha di così speciale il fracking rispetto alle tecniche tradizionali? Costa meno individuare i giacimenti, un po’ di più estrarli ma si può fare sulla terraferma. Le più grandi riserve al mondo, infatti, sono a centinaia di metri di profondità sotto mari e oceani. Ci vogliono anni di studi e grandi risorse finanziarie per poterli sfruttare. Il fracking, invece, utilizza l’acqua per sfaldare le rocce di scisto presenti nel sottosuolo, che contengono petrolio.
I governi hanno puntato sullo shale oil (il petrolio prodotto dal fracking) per ridurre la loro dipendenza da Paesi terzi e mettere definitivamente all’angolo l’inquinante carbone. Gli Stati Uniti e il Canada sono i Paesi dove si trovano i maggiori giacimenti di scisto. Anche in Italia ce ne sono (in Emilia), ma ogni attività di fracking è vietata. Come in tutta Europa, dopo che l’Unione Europea ha preso tempo per poter verificare le conseguenze ambientali dell’estrazione.
Il problema, infatti, è che estrarre petrolio in questo modo consuma moltissima acqua, che viene iniettata insieme a sabbia e altre sostanze per far emergere l’oro nero. Non solo: circa il 20% delle sostanze utilizzate non riemerge in superficie ma rimane sottoterra.

Un crollo di 26mila posti nel 2020

La situazione recente negli Stati Uniti, il primo produttore di petrolio al mondo (quasi 18 milioni di barili al giorno, il 18% della produzione mondiale), non è rosea. Il settore ha pesantemente risentito delle variazioni, anche repentine, dei prezzi negli ultimi anni. Le numerose aziende hanno ridotto il personale prima nel 2016 dopo la prima guerra sul prezzo del petrolio. Poi nel 2019, quando Russia e Arabia Saudita entrarono economicamente in conflitto. La pandemia da Covid-19 ha fatto il resto, con 26mila posti di lavoro bruciati nel 2020.

Nascita e sofferenza, da una crisi all’altra

Nonostante la tecnica risalga agli Anni ’40, il settore del fracking si è sviluppato dopo la crisi economica del 2008, quando vennero garantiti dalla Fed incentivi ai nuovi imprenditori. Si sviluppò così un panorama di tante piccole sigle, ben lontane dai colossi petroliferi come Shell, Exxon o BP. Tanti furono attirati dalle prospettive di guadagni a breve termine, cosa che si avverò.
Un sistema simile ha costi più bassi, ma comunque quantificabili in 55-65 dollari al barile. Quando il prezzo del petrolio (che nel 2014 aveva toccato i 95 dollari al barile) scese a una cifra simile intorno al 2018, i fondi di investimento e le banche, a cui molti si erano rivolti per ottenere finanziamenti, videro che le aziende non erano più in grado di distribuire utili. Fu l’inizio di una serie di disinvestimenti. E anche di fallimenti.

Verso una maggiore concentrazione

Dobbiamo quindi considerare il fracking un settore fallito? No. Semplicemente finirà per essere governato da alcuni colossi, come il petrolio tradizionale. Di proprietà di grandi magnati, gli unici a cui le banche presteranno soldi.
E poi, le stime dicono che il fondo è già stato toccato. E quindi si può solo migliorare. Il prezzo del petrolio si è ormai stabilizzato sui 40 dollari al barile, che è molto poco ma comunque meglio dei mesi precedenti. I prezzi dovrebbero tornare a salire ininterrottamente e la situazione pre-pandemia dovrebbe essere raggiunta tra la fine del 2021 e la prima metà del 2022. L’unica cosa su cui c’è incertezza sono i livelli occupazionali. Da dicembre 2014 sono stati persi 80.900 posti di lavoro, il 33,9% del totale.
Quindi il fracking scomparirà? No. Ma ridurrà il suo volume d’affari nel breve periodo e si riorganizzerà come il petrolio tradizionale: poche aziende che la fanno da padrone e le altre ad accodarsi. Se questo produrrà dei cambiamenti nell’intero sistema economico americano a medio termine, però, è ancora tutto da vedere.

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