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Dossier Giustizia, Parte II: Bonafede al centro del mirino8 min read


IN BREVE:

  • SCARCERAZIONI BOSS MAFIOSI
  • SCONTRO BONAFEDE – DI MATTEO SU NOMINA DAP

Scarcerazioni boss mafiosi: la caccia al colpevole

Perché sono state possibili le scarcerazioni dei boss mafiosi di cui si è tanto sentito parlare?

La scorsa puntata del nostro Dossier si è conclusa con questa domanda a cui, oggi, tenteremo di dare una risposta. Le polemiche sulla questione arrivano da tutti i fronti, ma quelle più forti giungono dalle dichiarazioni dal leader leghista Matteo Salvini che accusa il governo di «fare uscire i mafiosi di galera» e, riferendosi all’art.123 del DL Cura Italia sulla detenzione domiciliare, parla di «vergogna nazionale dentro e fuori il parlamento».

Bonafede risponde alle pesanti accuse: «Falso, pericoloso e irresponsabile sostenere che alcuni esponenti mafiosi siano stati scarcerati per il decreto legge Cura Italia». Di contro, il Tribunale di Sorveglianza si difende: «Domiciliari concessi secondo normativa ordinaria».

Un dibattito poco costruttivo, simile a quelli che vediamo in tv nei talk show in cui tutti urlano le proprie idee, mentre all’ascoltatore a casa non rimane nulla. E la domanda che sorge spontanea è una: chi vuole spiegare agli italiani quale sia stata la motivazione della scarcerazione di decine di boss mafiosi? Quella messa in atto è una caccia al colpevole nella quale tutti gli indiziati se ne lavano le mani. Tuttavia, per capire quale sia la situazione è sufficiente un’analisi approfondita dei dati.

Partiamo dal principio: l’articolo 123 del DL Cura Italia. Come affrontato nella puntata precedente, il testo riguarda le disposizioni in materia di detenzione in periodo di pandemia e prevede i domiciliari per chi deve scontare una pena inferiore ai 18 mesi (“anche se costituente parte residua di maggior pena”). Tuttavia, le categorie escluse da questo provvedimento sono citate in modo chiaro nel comma 1 dell’articolo:

Fonte: Gazzetta Ufficiale

Il noto 41 bis (riguardante le “situazioni di emergenza”) fa parte, per l’appunto, della Legge n.354 del 26 luglio 1975 sull’Ordinamento penitenziario. Dunque, secondo l’analisi del testo, il Cura Italia non può essere considerato “colpevole” della scarcerazione dei 376 detenuti–tra mafiosi e trafficanti di droga, secondo la lista stilata dal DAP –, di cui 373 dal reparto di Alta Sicurezza 3 e tre dal 41 bis.

Inoltre, seppur l’articolo 123 sancisce, nel comma 2, la responsabilità del magistrato di sorveglianza sull’adozione del provvedimento (“Il magistrato di sorveglianza adotta il provvedimento che dispone l’esecuzione della pena presso il domicilio, salvo che ravvisi gravi motivi ostativi alla concessione della misura”), nel comma 6 specifica che “la direzione è in ogni caso tenuta ad attestare che […] non sussistono le preclusioni di cui al comma 1 e che il condannato abbia fornito l’espresso consenso alla attivazione delle procedure di controllo […]”.

In altre parole, nessuna delle istanze che hanno portato alla scarcerazione dei 41 bis, come Bonura (boss di spicco di Cosa Nostra, fedelissimo di Provenzano) o La Rocca (boss mafioso Catanese condannato a tre ergastoli), sarebbero state accolte basandosi sul decreto Cura Italia.

Quindi, a commettere l’errore sarebbe stata la magistratura di sorveglianza?

Secondo il deputato e responsabile Giustizia Pd Walter Verini e il senatore e capogruppo Pd in Commissione Antimafia Franco Mirabelli, in parte sì. «I provvedimenti di scarcerazione per motivi di salute di qualche detenuto per gravissimi reati di mafia, decisi dalla magistratura di sorveglianza, generano giusta preoccupazione e amarezza, soprattutto tra le vittime delle mafie. Per questo occorre fare subito chiarezza», affermano.

Difatti, la stessa legge n.354 del ’75 – che contiene il 41 bis – introduce il principio della giurisdizionalizzazione dell’esecuzione della pena, di cui viene incaricato un giudice (il giudice di sorveglianza). Le competenze di questa figura sono delineate nell’art. 585 del codice di procedura penale: “generica attività di vigilanza sull’esecuzione delle pene detentive, l’emissione di provvedimenti di eventuale ammissione dei detenuti al lavoro all’aperto nonché alla formulazione di pareri in ordine alla loro possibile ammissione alla liberazione condizionale disciplinata dall’art. 176 del codice penale”.

In più, la stessa legge prevede che la modalità con cui la condanna viene espiata possa cambiare provvisoriamente nel caso in cui il soggetto si trovi in uno stato di “grave infermità fisica”. Questa valutazione spetta al tribunale di sorveglianza o, in casi d’emergenza, al giudice di sorveglianza: è facoltativa e fa riferimento al quadro clinico del detenuto, non tenendo in considerazione il tipo di condanna riportata.

Dopo aver approfondito quelli che sono i principi teorici e normativi attorno cui ruota la questione scarcerazioni, però, arriviamo al nocciolo della questione. Il 21 marzo si rivela data chiave, per la circolare denominata “dello scandalo”.

Il testo è stato inviato ai provveditori e ai direttori dei penitenziari italiani per incitare le segnalazioni ai magistrati di sorveglianza di detenuti over 70 o con particolari patologie. Di quei soggetti, insomma, maggiormente a rischio in tempi di pandemia. Ai magistrati sarebbe poi spettato decidere sul da farsi.

La circolare in questione, peraltro, scritta dall’ex direttore dei detenuti del Dap (Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria) Giulio Romano, sarebbe stata firmata “per caso” da una funzionaria di turno quella mattina (Assunta Borzacchiello), che l’ha definita «una firma di routine». Romano afferma di aver stilato la circolare per il rischio Covid e per le richieste di scarcerazioni dei magistrati di sorveglianza. La circolare, secondo quanto dichiara, avrebbe ricevuto il via libera di Basentini (capo del Dap in quel momento) e del capo della segreteria di Bonafede.

Insomma, tutti avrebbero dato il via libera, ma nessuno lo ricorda. Sta di fatto che questa circolare è stata emessa, firmata, e le scarcerazioni si sono verificate. Per ovviare al problema che ha scosso fortemente l’opinione pubblica, il Guardasigilli Bonafede il 4 maggio ha nominato il nuovo vertice del Dipartimento delle carceri – con a capo Dino Petralia e vice Roberto Tartaglia –, che ha cancellato (il 17 giugno) la circolare dello scandalo. «Non ci sono più le condizioni per tenerla in vigore e il rischio Covid è più lontano»: queste le motivazioni che hanno riportato dietro le sbarre molti dei condannati per mafia usciti nel mese precedente. Cinque giorni fa, però, se ne contavano a casa ancora 112.

Scontro Bonafede – Di Matteo su nomina Dap: una questione di “percezioni”

Le polemiche nei confronti del ministro grillino Alfonso Bonafede non si limitano alla questione scarcerazioni. Il 3 maggio, durante una puntata del programma di Massimo Giletti Non è l’Arena, il pm antimafia Nino Di Matteo punta il dito contro il guardasigilli accusandolo di non averlo nominato nel 2018 alla guida del Dap a causa dell’opposizione da parte dei boss mafiosi detenuti.

«Nel 2018 venni raggiunto da una telefonata del ministro che mi chiese se ero disponibile ad accettare l’incarico di capo del Dap o in alternativa quello di direttore generale degli Affari penali, il posto che fu di Falcone», racconta di Matteo, ospite al programma su La7. Spiegando, poi, di aver chiesto 48 ore di tempo per pensare alla risposta. In quei due giorni, dal Gom della polizia penitenziaria, sarebbero arrivate alla procura antimafia e al Dap le informazioni sulla reazione di alcuni capi mafia detenuti: «se nominano Di Matteo per noi è la fine». Il magistrato racconta che, dopo il tempo richiesto, decise di accettare l’incarico al Dap che, però, gli fu negato da Bonafede con la motivazione che «ci aveva ripensato e nel frattempo avevano deciso di nominare il dottor Basentini».

«Ci aveva ripensato o forse qualcuno lo aveva indotto a ripensarci», ha concluso il Di Matteo. Una frase che lascia molti dubbi in sospeso, specialmente dopo la dichiarazione del magistrato in merito alle scarcerazioni: «Lo Stato sta dando l’impressione di essersi piegato alle logiche di ricatto che avevano ispirato le rivolteE sembra aver dimenticato e archiviato per sempre la stagione delle stragi e della Trattativa stato-mafia». Quelle usate dal pm sono parole forti che alludono a un’ipotetica corruzione del ministro grillino e che ne richiamano l’intervento telefonico in diretta nel programma di Giletti.

Bonafede si dice “esterrefatto” per le dichiarazioni del pm Di Matteo al quale, però, ribadisce la stima. Secondo il guardasigilli sarebbe stato un errore di “percezione”, in quanto lui avrebbe proposto al pm il ruolo di direttore affari penali (ruolo che era stato di Falcone) perchè più di frontiera nella lotta alla mafia. «A me era sembrato, ma evidentemente sbagliavo, che fossimo d’accordo. Il giorno dopo mi disse di non volere accettare gli affari penali perchè voleva il Dap, ma io nel frattempo avevo già fatto», afferma il Ministro della Giustizia, affermando che «questa è la verità».

Una verità, però, che appare incompleta e che non spiega le divergenze nella narrazione dei fatti, sopratutto visto e considerato che, per molto tempo, il magistrato è stato descritto molto vicino alle posizioni del Movimento 5 Stelle.

Una cosa, però, è certa. Nel nostro paese, in qualche modo, la criminalità organizzata di stampo mafioso riesce ad insediarsi in tutti gli ambiti della società e trova terreno fertile sopratutto nei momenti di crisi. Nella prossima puntata capiremo meglio perché.

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