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Dossier Giustizia, Parte I: Tra proteste e decreti8 min read

Last updated on 9 Settembre, 2020


IN BREVE

  • Stop attività negli uffici giudiziari
  • Rivolte nelle carceri

È passato più di un mese dalla chiusura dell’accordo al vertice UE sul Recovery Fund. Il piano prevede 750 miliardi da destinare ai paesi più colpiti dalla crisi finanziaria causata dal Covid-19, reperiti da Bruxelles tramite gli Eurobond. I leader europei hanno firmato il testo all’alba del 21 luglio, ad un passo dal fallimento dopo lunghissime trattative. Quello compiuto è un passo storico per l’Unione Europea, soprattutto per quanto riguarda le politiche economiche del Continente appena uscito da uno dei momenti più drammatici della sua storia ed in quanto segno di un’Europa “forte e unita”, come ha dichiarato il presidente del Consiglio Europeo Charles Michel in occasione della firma. Dei 750 miliardi di euro previsti, all’Italia ne spettano 209: una somma che dà “la possibilità di ripartire con forza e cambiare volto al Paese”, come ha affermato il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte.

Il nostro Paese è il primo beneficiario del Fondo (davanti alla Spagna), ma anche sorvegliato speciale sull’uso dei finanziamenti. La precondizione per accedere al Recovery è un piano nazionale di riforme mirato – da presentare in autunno –, che la Commissione deciderà se promuovere o meno in base al tasso di rispetto di politiche verdi, digitali e delle raccomandazioni Ue 2019-2020. L’Italia dovrà concentrarsi su: pensioni, lavoro, pubblica amministrazione, istruzione, sanità e giustizia. In particolare, la necessità e l’intenzionalità di riformare l’ambito giuridico è un tassello molto importante per il Bel Paese, in quanto la giustizia italiana sta attraversando uno dei suoi periodi più bui del XXI secolo.

Fino ad ora le informazioni ci sono arrivate in modo frastagliato e questo ha reso difficile considerare i rapporti di causalità tra un avvenimento e l’altro. Noi crediamo che, prima di ripartire, si debba fare il punto della situazione e capire da dove si arriva: ecco perché abbiamo deciso di ripercorrere le vicende salienti che hanno scosso l’ambito giuridico del nostro paese durante il periodo di lockdown. Abbiamo aspettato finisse la nebulosa data dalla confusione e dalla paura di un Paese in piena emergenza sanitaria, per trattare in modo approfondito argomenti che meritano un’attenzione particolare e una narrazione unica che permetta di avere un quadro chiaro della situazione. Lo faremo in quattro puntate, per guardare con occhio critico e attento tutti gli eventi che hanno segnato la giustizia italiana in questi ultimi mesi, per poi avere una raccolta unitaria di questo contorto e inaspettato periodo di storia.

Cosa non va dimenticato di questi mesi in ambito giuridico:

Stop alle attività negli uffici giudiziari: il retroscena

Il nostro percorso inizia l’8 marzo, quando viene pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale il DL n.11/2020 che riguarda le “misure straordinarie ed urgenti per contrastare l’emergenza epidemiologica da COVID-19 e contenere gli effetti negativi sullo svolgimento dell’attivita’ giudiziaria”. In particolare, il decreto prevede il differimento delle udienze e la sospensione dei termini nei procedimenti civili, penali, tributari e militari, fatta eccezione per le urgenze ed i soggetti specificati nell’articolo 2 del decreto, per i quali la celebrazione dell’udienza è prevista a porte chiuse e nel rispetto di tutte le misure igienico-sanitarie. Il “periodo cuscinetto” previsto dal decreto va dal 9 fino al 22 marzo, ma si prospetta già dall’inizio la proroga (verificatasi) fino al 31 maggio.

Il DL n.11/2020 è stata la risposta del presidente del Consiglio dei Ministri Giuseppe Conte e del Ministro della Giustizia Alfonso Bonafede alle richieste di magistrati e avvocati per la sospensione delle udienze, almeno di quelle non urgenti. Richieste non sempre arrivate in modo pacato. Basti ricordare l’accesso negato ad alcuni avvocati milanesi nel tribunale di Potenza, le voci di “udienze a finestre aperte” tenute a Milano nel tentativo di dissuadere i presenti dal restare in aula o, ancora, le scrivanie frapposte in un tribunale romagnolo tra le parti interessate ed il giudice. Proteste acuitesi poi dal 3 marzo, data in cui sono risultati positivi due magistrati milanesi. Allo stesso tempo, però, non è stata apprezzata la prassi introdotta per i processi telematici che prevedeva le copie-cortesia richieste dai magistrati per evitare di studiare gli atti a video. Un altro problema è stata anche la “selezione” fatta inizialmente che bloccava le udienze nelle regioni contenenti focolai o che interessassero persone provenienti dalle stesse.

Disagi necessari per contrastare la diffusione dei contagi e la paura del virus, ma che hanno condotto la giunta dell’Unione delle Camere penali a scrivere una lettera al ministro della Giustizia Grillino. Nel documento gli avvocati richiedono “risposte inequivoche” sulle misure a tutela degli “utenti della giustizia” per scongiurare il contagio. Una richiesta più che lecita dal punto di vista di coloro che per lavorare dovrebbero spostarsi da un luogo all’altro in piena emergenza sanitaria. “Quali differenze il governo ritiene sussistano, ai fini del contenimento della diffusione del Coronavirus, tra un’aula scolastica e un tribunale?”: questa la richiesta – con un chiaro sottofondo retorico – degli avvocati.

Le sollecitazioni hanno portato all’obiettivo voluto, lo stop dell’attività negli uffici giudiziari, sotto forma di bozza il 7 marzo e concretizzato con il decreto entrato in vigore il giorno successivo.

Rivolte nelle carceri: le motivazioni tra passato e presente

Le polemiche e le agitazioni, però, non sono partite solo da chi la giustizia la fa, ma anche da chi è oggetto della sua applicazione. Risalgono a inizio marzo, infatti, le proteste trasversali contro le restrizioni decise per il Coronavirus in oltre 40 istituti penitenziari italiani. Persone sui tetti, roghi appiccati, evasioni: il bilancio già a inizio aprile segnava 6mila detenuti coinvolti, oltre 40 feriti della polizia penitenziaria e 14 morti.

Il fattore scatenante delle rivolte scoppiate il 7 marzo deriva sicuramente dalla sospensione dei permessi premio, del regime di semilibertà e dei colloqui con i familiari. Ma il fil rouge  delle proteste si divide tra passato e presente. Nel pieno di un’emergenza sanitaria, l’impossibilità di mantenere il distanziamento sociale e il conseguente rischio di contagio fanno paura a detenuti e familiari. Il sovraffollamento delle carceri, infatti, è un problema endemico ai penitenziari italiani che contano un surplus del 120%. L’ultimo aggiornamento disponibile è quello risalente al 29 febbraio 2020 offerto dal Ministero della giustizia, che mostra come i detenuti italiani siano 61.230 a fronte di una capienza complessiva degli istituti penitenziari pari a 50.931 posti. Capienza peraltro diminuita a seguito della manomissione delle celle durante le proteste di marzo.

Questa problematica era già emersa nel rapporto semestrale redatto a luglio 2019 dall’associazione Antigone. Secondo le rilevazioni i tassi di sovrannumero nei penitenziari di Como, Brescia, Larino e Taranto (per esempio) erano del 200%. Ovvero: due detenuti costretti a vivere nello spazio destinato ad uno solo. Ma il dato che descrive ancora meglio la situazione è quello che indica che nel 30% degli istituti visitati dall’associazione alcune celle non rispettavano il parametro minimo di 3 metri quadrati per detenuto. Parametro al di sotto del quale si parla – per la giurisprudenza europea – di trattamento inumano e degradante.

Fonte: Antigone

Sono questi i numeri che conferiscono all’Italia il primato europeo sul tasso di sovraffollamento e che risultano in antitesi con le prescrizioni impartite dalle autorità sanitarie sulle norme igieniche e di distanziamento. Letti alla luce dell’attuale emergenza sanitaria, questi dati danno una motivazione alle proteste e suscitano interrogativi sulla capacità del sistema penitenziario di fronteggiare questa situazione.

La risposta del governo arriva con il DL n.18 del 17 marzo 2020, più noto come Decreto Cura Italia. L’articolo 123 del testo, infatti, riguarda le disposizioni in materia di detenzione e prevede i domiciliari a chi deve scontare una pena inferiore ai diciotto mesi (“anche se costituente parte residua di maggior pena” ) se e solo se non si tratti di: condannati per i reati più gravi, i delinquenti abituali, i detenuti particolarmente conflittuali, quelli che hanno commesso delle infrazioni disciplinari nell’ultimo anno, quelli che hanno partecipato alle proteste del 7 marzo 2020 e i senza fissa dimora.

E allora perchè sono state possibili le scarcerazioni dei boss mafiosi di cui si è tanto sentito parlare? Oggi concludiamo il discorso con questa domanda a cui daremo risposta nel prossimo capitolo del nostro dossier.

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