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Un gioco complesso: cosa è successo al Consiglio Europeo?11 min read


Non è stato il Consiglio Europeo più lungo della storia, sebbene di poco. Bisogna tornare all’11 dicembre 2000 quando al termine di un’estenuante trattativa fu siglato il trattato di Nizza che introduceva le seguenti novità:

  • Aumento del numero di seggi al Parlamento Europeo fino a 732 membri
  • Riduzione del numero di commissari per paese all’interno della Commissione Europea
  • Estensione del voto a maggioranza qualificata su circa trenta temi
  • Nuovo sistema di ponderazione dei voti nel Consiglio Europeo

Si trattava di una serie di misure ritenute funzionali per snellire il funzionamento delle istituzioni europee in previsione dell’ingresso degli stati dell’Europa Orientale. Fu comunque un compromesso che vide scontrarsi numerose posizioni opposte.

Anche il Consiglio Europeo degli scorsi giorni non è stato meno complicato: le difficoltà preesistenti tra gli stati membri nel trovare accordi su temi economici si sono combinate con le circostanze eccezionali della pandemia di Covid-19.

Le notizie di molti media relative all’accordo sul Recovery Fund e alle posizioni dei leader europei hanno restituito un quadro a tratti eccessivamente semplificato. Quello a cui si è assistito lo si potrebbe definire un gioco dove i giocatori devono dimostrare lungimiranza e strategia per raggiungere i propri obiettivi. Da questo punto di vista è impossibile dividere i partecipanti al Consiglio Europeo in buoni e cattivi. Proviamo a chiarire alcuni punti.

VECCHIE ALLEANZE E NUOVI BLOCCHI STRATEGICI NEL CONSIGLIO EUROPEO

Al Consiglio Europeo si possono identificare 4 coalizioni:

  • I paesi mediterranei: Italia, Portogallo e Spagna
  • L’asse Francia-Germania in appoggio ai paesi mediterranei
  • Gli stati del gruppo di Visegrád: Polonia, Repubblica Ceca, Ungheria e Slovacchia
  • I paesi “frugali”: Austria, Danimarca, Finlandia, Paesi Bassi e Svezia

La prima ipotesi potrebbe essere uno squilibrio di forze a favore delle prime 3 alleanze in considerazione della posizione dominante della Germania. Ricordiamo infatti che Berlino:

  • Rappresenta la principale economia dell’Unione Europea
  • È il principale partner commerciale tanto degli stati mediterranei che di quelli del gruppo di Visegrád
  • Detiene assieme a Parigi un peso notevole nelle decisioni relative al processo di integrazione europea

Un elemento cruciale però ridimensiona la reale capacità operativa tedesca: dal 1 luglio la Germania detiene la presidenza di turno dell’Unione nel secondo semestre e in virtù di tale ruolo non può offrire un sostegno assoluto ad una sola delle posizioni espresse. Questo fattore ha sicuramente limitato la capacità di azione della cancelliera Angela Merkel, determinata a lasciare un’Europa più forte prima della scadenza del suo mandato e del ritiro dalla vita politica nel 2021. Come conseguenza immediata e in risposta alle aperture di Berlino alle richieste dei paesi mediterranei, un nuovo gruppo di paesi si è fatto portavoce di politiche “rigoriste”, raccogliendo l’eredità dell’ex ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schäuble.

NORD CONTRO SUD: LE DISTANZE TRA I PARTNER EUROPEI

I cosiddetti paesi frugali non sono uniti da un comune schieramento politico, ma da un virtuosismo economico che permette loro di avanzare richieste soprattutto in materia di fondi da destinare agli stati membri non altrettanto virtuosi. Il punto debole di paesi come l’Italia è l’elevato debito pubblico ormai superiore al 132% del PIL e al di sopra della media europea rispettata dai paesi frugali.

Andamento del debito pubblico dei paesi UE negli anni 2018-2019. Fonte: Eurostat

Da qui appare comprensibile che stati come i Paesi Bassi (già criticati per il regime fiscale leggero nei confronti delle holding internazionali) siano cauti nel devolvere denaro adoperabile da paesi fortemente indebitati e preferiscano prestiti rispetto a concessioni a fondo perduto.

Indubbiamente il fronte originale dei frugali (Austria, Danimarca, Paesi Bassi e Svezia) si è presentato al Consiglio Europeo del 17-21 luglio rinforzato dall’ingresso della Finlandia. Un nuovo acquisto molto apprezzato dal cancelliere austriaco Sebastian Kurz che lo aveva così commentato:

«Eravamo in quattro e ora siamo in cinque, unirci è stata sicuramente la decisione migliore. Davanti a [n.d.r.] Germania e Francia, i più piccoli da soli non avrebbero peso. Se crei un gruppo e combatti per gli interessi comuni, puoi spingerti molto in là e sono molto felice che il gruppo dei frugali sia cresciuto»

Il problema nel rapporto tra i frugali e i mediterranei è il differente impatto della pandemia: l’Italia e la Spagna hanno avuto rispettivamente oltre 240mila casi, mentre la Svezia (il più colpito tra i paesi frugali) poco meno di 80mila. Pertanto Roma e Madrid hanno sempre ribadito la necessità che l’Europa desse una risposta di forte impatto. Posizione condivisa dal premier Giuseppe Conte, dallo spagnolo Pedro Sánchez e dal presidente francese Emmanuel Macron.

I PAESI BASSI RIACCENDONO IL CONFRONTO CON IL BLOCCO DI VISEGRAD

Ulteriore elemento di divisione all’interno del Consiglio Europeo è stata un’iniziativa del primo ministro olandese Mark Rutte. Oltre ad essere il leader dei paesi frugali, egli si è fatto portavoce di una clausola poi non inclusa nell’accordo finale riguardante la vigilanza dello stato di diritto quale requisito di accesso ai fondi europei. Questo gesto ha incontrato l’immediata opposizione dei principali esponenti del blocco di Visegrád: Ungheria e Polonia.

Entrambi i paesi dell’Europa Centro-Orientale hanno infatti relazioni fredde con i partner europei a causa di politiche ritenute lesive delle libertà democratiche e autoritarie. L’Ungheria, scontratasi con Bruxelles per la chiusura dei confini ai migranti e la concentrazione di poteri, rimane in una posizione incerta a causa della minaccia di una procedura d’infrazione. Budapest l’ha finora evitata grazie al forte peso che Fidesz (partito di governo del premier Viktor Orban) ha all’interno del Partito Popolare Europeo.

Anche la Polonia è stata oggetto di una deriva autoritaria dopo la promulgazione di una serie di leggi limitanti l’indipendenza della magistratura promosse dal partito Diritto e Giustizia. In ultimo le recenti elezioni presidenziali hanno consolidato il consenso governativo, ma lasciando un paese diviso tra conservatorismo di stampo nazionalista e liberalismo di tipo europeista.

Il Consiglio Europeo è stato quindi uno scontro di posizioni tra gruppi con obiettivi differenti che hanno messo a dura prova il potere di mediazione di Francia e Germania. A dominare la scena sono stati senz’altro i paesi “frugali”, ma per averne un giudizio obiettivo e non ideologico è bene analizzarli più nello specifico.

I PAESI FRUGALI: CHI SONO I PROTAGONISTI DEL CONSIGLIO EUROPEO?

Consiglio Europeo
I leader dei “paesi frugali” duranti i lavori del Consiglio Europeo. Da sinistra a destra in senso orario: Mark Rutte (Paesi Bassi), Sebastian Kurz (Austria), Sanna Marin (Finlandia), Stefan Löfven (Svezia) e Mette Frederiksen (Danimarca)

Erroneamente si tende ad associare i paesi rigoristi (o frugali) con i sovranisti addossando loro ogni responsabilità per la lentezza nei negoziati e nell’integrazione europea. Questa etichetta è errata perché nessuno dei leader in questione appartiene ad un partito nazionale o ad un eurogruppo dichiaratamente euroscettico. Ecco nello specifico le rispettive appartenenze politiche:

Come è possibile notare, i leader dei paesi frugali appartengono tutti ai 3 principali eurogruppi. I sovranisti, comunque presenti anche in questi stati, non hanno avuto un ruolo nella recente trattativa europea. Tuttavia la loro influenza si è fatta sentire anche fuori dalle aule di Bruxelles.

È il caso dei Paesi Bassi. Alle ultime elezioni legislative del 2017, il partito del premier Rutte ha perso consensi pur restando il primo con il 21,3% dei voti. Maggior successo lo ha ottenuto invece il Partito per la Libertà (PVV) di Geert Wilders (13,1% di consensi). Nel complesso i risultati finali non hanno assegnato alcuna maggioranza e il premier uscente Rutte ha dovuto condurre trattative per creare una coalizione di governo senza il PVV.

Il fatto di presiedere un governo di coalizione pone Rutte in una posizione debole sul piano interno, un limite che diventa preoccupazione all’avvicinarsi delle prossime elezioni del 2021. Emblematico è stato il cartello esposto da Wilders l’11 luglio durante la visita di Conte nei Paesi Bassi con la scritta: Geen cent naar Italie! (non un soldo all’Italia). Di conseguenza, è possibile che Rutte abbia assunto atteggiamenti rigoristi per evitare che Wilders attiri ancora più consensi con la possibilità che il suo partito diventi il primo nel paese.

Consiglio Europeo
Il leader del Partito per la Libertà, Geert Wilders, mentre espone il cartello “Non un soldo all’Italia” durante la visita del premier Giuseppe Conte nei Paesi Bassi l’11 luglio

Anche negli altri casi abbiamo dei governi di coalizione, ma senza un partito sovranista ed euroscettico in grado di essere una seria minaccia.

I paesi frugali non possono pertanto essere definiti sovranisti. Le loro rimostranze nei confronti dell’Italia in certi casi potranno sembrare eccessive e giustificate solo da ragioni di politica interna, ma viste nel dettaglio non risultano così infondate.

RECOVERY FUND E BILANCIO COMUNE: UNA PARTITA DIFFICILE

Quasi tutti i leader europei partecipanti al consiglio hanno plaudito l’accordo raggiunto come un “risultato storico”. Da una parte, è doveroso riconoscere che l’esito non era affatto scontato considerata la diversità delle posizioni. Dall’altra parte, ognuno ha dovuto cedere su alcune questioni al punto tale che viene difficile parlare di vincitori e vinti.

Il pacchetto stanziato ridimensiona l’ammontare dei prestiti rispetto alle sovvenzioni: 360 miliardi di euro i primi e 312,5 i secondi. In base ad ulteriori disposizioni, il 70% delle sovvenzioni potrà essere impiegato a partire dal biennio 2021-2022, mentre il restante 30% entro la fine del 2023. Inoltre l’utilizzo dei fondi dovrà essere illustrato alla Commissione Europea con la presentazione di piani per la ripresa. Tali progetti dovranno essere approvati dal Consiglio Europeo a maggioranza qualificata (ovvero il 55% degli stati che rappresentano almeno il 65% della popolazione dell’Unione). Con questo sistema di voto viene meno il diritto di veto paventato dai Paesi Bassi.

Bisogna specificare che il Recovery Fund mette a disposizione fondi destinati a riforme strutturali per la ripresa economica e amministrativa degli stati colpiti dalla pandemia e il cui impiego sarà comunque oggetto di valutazione da parte delle istituzioni europee. Ma i suoi scopi e i tempi non sono affatto comparabili a quelli del MES. Infatti il Meccanismo Europeo di Stabilità metterebbe immediatamente a disposizione enorme liquidità per compensare le conseguenze primarie del Covid-19, sistema sanitario in primis.

Altro tema cruciale è il bilancio comune dell’Unione 2021-2027 stimato in 1,074 miliardi e sul cui contributo annuale alcuni paesi potranno beneficiare di rimborsi (rebate): Austria, Danimarca, Germania, Paesi Bassi e Svezia. Su questo punto, come sul Recovery Fund, si è aperta il 23 luglio la discussione al Parlamento Europeo. Ma la difficile intesa raggiunta ha suscitato non poche perplessità da parte del Presidente dell’Europarlamento David Sassoli, che così si è espresso:

«La proposta è sul tavolo ma noi vogliamo migliorarla concentrandoci nel dare risposte a quelli che per noi sono dei tagli ingiustificabili: se vogliamo scommettere sulle giovani generazioni non possiamo tagliare le risorse del bilancio per la ricerca, sui giovani ed Erasmus».

UN’OPPORTUNITÀ CHE L’ITALIA NON DEVE SPRECARE

L’Italia, principale beneficiaria dei fondi, deve però stare attenta a non sprecare le risorse che le sono state concesse. Lo scenario non è confortante: l’impiego del MES è bloccato in un dibattito prettamente ideologico e le riforme strutturali previste dal Recovery Fund richiedono tempi troppo lunghi. Il rischio è che all’avvio delle riforme non segua il loro completamento a causa dell’instabilità politica interna e dal consenso decrescente per il governo Conte.

Nuove elezioni e nuovo esecutivo potrebbero vanificare gli sforzi e bloccare il percorso riformistico con il rischio di non adempiere alle scadenze del Recovery Fund. Inoltre una parte dei fondi, oltre ad essere restituita, entrerà a far parte del contributo italiano al bilancio comunitario. Di conseguenza, Roma dovrà dimostrarsi in grado di sfruttare efficacemente risorse necessarie sia sul piano nazionale sia su quello europeo.

Nonostante le sue divisioni interne e i compromessi, l’Unione Europea è riuscita a trovare la forza per andare avanti. Ora è tempo che anche l’Italia trovi uguale energia per il futuro tanto del paese quanto del sogno europeo.

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