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EUROPA: il Recovery Fund è una bufala? Intanto ecco tutte le condizioni7 min read

Soldi che vuoi, condizionalità che trovi. L’Europa è questa, niente di più, nonostante il costante martellamento del governo impegnato giorno e notte a convincere gli italiani del fatto che Bruxelles abbia un altro volto, molto più umano, finalmente in mostra. Col passare dei giorni, dopo gli annunci trionfali del premier Giuseppe Conte, il Recovery Fund si sta mostrando per quello che è, un percorso cosparso di potenziali trappole come tutti quelli tracciati dall’Ue. Per presentare la domanda e avere accesso al maxi-fondo da 750 miliardi l’Italia, alla quale spetterebbe in teoria una bella fetta della torta (172 miliardi, di cui 82 sotto forma di sussidi e 90 come prestiti), dovrà infatti presentare un piano che prevederà anche passaggi come il taglio della spesa pubblica e modifiche alle pensioni. Alla faccia, ancora una volta, della solidarietà disinteressata.

 

I dubbi sull’ancora di salvezza dell’Europa

Bene, tra l’altro, che un simile piano in cui l’Italia prende una serie di impegni tra i quali anche una riduzione del debito venga presentato il prima possibile. Perché i tempi sono lunghi, lunghissimi, con la certezza ormai quasi assoluta di non vedere un euro per tutto il 2020. Dagli 82 miliardi sotto forma di sussidi, inoltre, andranno sottratti i 55 di versamenti dal nostro Paese al Fondo per la ripresa, con un rimborso che sarà poi molto diluito nel tempo fino al 2058. L’affare, insomma, non è per niente come ce lo avevano presentato Conte e gli esponenti giallorossi in questi giorni di esultanze sfrenate e applausi autocelebrativi. E le cose, parafrasando Igor del leggendario Frankestein Junior, potrebbero andare ancora peggio. Potrebbe piovere.

Fuor di metafora cinematografica, l’accordo che già imporrebbe all’Italia condizioni da accettare e tempi lunghissimi potrebbe alla fine non essere nemmeno quello annunciato in questi giorni dalla von der Leyen e subito incensato dai vari leader europei. Perché la proposta dovrà essere ora approvata in sede di Consiglio Europeo e i negoziati in merito si sono subito fatti ferratissimi. Danimarca, Svezia, Olanda e Austria hanno espresso la loro contrarietà al principio dei trasferimenti diretti ai Paesi membri, l’Ungheria ha puntato il dito contro un piano che a suo dire la penalizzerebbe non poco nel saldo tra contributi e versamenti, l’Irlanda ha messo nel mirino la digital tax che andrebbe a colpire, nelle intenzioni di Bruxelles, i colossi del web. Ci sono le premesse, insomma, per un braccio di ferro estenuante dal quale il Recovery Fund potrebbe uscire stravolto, ovviamente in peggio.

In attesa di sapere quale sarà la forma definitiva del Recovery Fund, restano rabbia e sospetti per un programma che Conte ha illustrato agli italiani soltanto in parte, nascondendo la polvere, goffamente, sotto il tappeto. Senza spiegarci, ad esempio, che non sarà l’utilizzo sanitario l’unico vincolo: l’erogazione dei soldi andrà di pari passo con il raggiungimento di obiettivi concordati con la Commissione, con la possibilità di sospendere le tranche in caso di mancato rispetto degli impegni presi. Lo ha chiarito bene, in queste ore, il vice presidente della Commissione Ue Valdis Dombrovskis nel corso di un’intervista al quotidiano tedesco Die Welt:

“Se non ci sono riforme, il denaro non fluirà. Questa è una conseguenza logica e avviene già per molti programmi europei. Se i paesi non promuovono i loro progetti di riforma o non investono, non possiamo finanziare questi progetti dal bilancio dell’Ue”.

I Paesi dovranno quindi, nello specifico, rispettare le raccomandazioni fornite nel quadro del Semestre dell’Europa, dalla riduzione della spesa pubblica primaria netta all’accelerazione del processo di riduzione del rapporto debito-Pil, passando per la razionalizzazione delle aliquote Iva e le riforme pensionistiche. Non proprio passaggi irrilevanti, insomma, anzi. Ai quali dovremo però sottostare, pena restare a bocca asciutta di fronte alla crisi economica più grande dell’epoca contemporanea. Ma questo Palazzo Chigi si guarda bene dal farcelo presente.

Andando a leggere la parte che riguarda “l’impatto stimato”, ecco che di colpo i sorrisi si spengono e lasciano il posto a una più saggia preoccupazione: sì perché in un momento di crisi profonda, in cui ci si aspetta dalla politica risposte forti e rapide per aiutare imprese e famiglie che rischiano di non farcela, si scopre che per il 2020 non arriverà nemmeno un centesimo. Mancano i tempi tecnici. Gli esborsi sono previsti in una percentuale del 5,9% per il 2021, del 15,8% per il 2022 e poi il rimanente, oltre la metà, nei due anni successivi.

La calma della macchina Europea

L’Europa se la prende con calma, insomma, come se il Vecchio Continente non fosse precipitato nella più grave crisi economica del recente passato. All’Italia, facendo due conti, la Recovery and Resilience Facility dovrebbe versare nel corso del 2021 una somma pari a circa lo 0,7% del reddito nazionale. Il tutto mentre le previsioni stimano un crollo economico pari al 10%-13% dello stesso reddito già a partire da quest’anno. Successivamente la somma andrebbe a crescere, con tempistiche che però sono tutt’altro che in linea con le necessità dettati dai tempi. Vero che nel frattempo ci saranno 7 miliardi (quasi) a fondo perduto e i soldi del Sure. Ma la lentezza con cui l’Ue, dopo gli annunci in pompa magna, vuole mettere in atto il suo piano è francamente inconcepibile.

La Commissione chiarisce nel regolamento di voler erogare i soldi soltanto di fronte a piani dettagliati presentati dai singoli Paesi. Per non perdere il controllo sulla spesa degli Stati, insomma, si rischia di chiudere la stalla quando i buoi sono fuggiti da un pezzo. Il rischio è che l’Italia debba aspettare almeno un anno prima di vedere le prime somme, minime. Nel frattempo, tornerà ovviamente di moda il Mes, il Fondo Salva-Stati che promette di mettere in mano a chi aderisce soldi freschi (37 miliardi la fetta che spetterebbe al nostro Paese) e in tempo molto più rapidi. E così ci troveremo ad assistere all’ennesima campagna mediatica, trainata da Pd e Forza Italia, a favore del “sì”.

Le considerazioni del Financial Times sull’Europa

Europa

Il Recovery fund non è affatto quello che sembra, anzi è pure peggio di quello che in realtà è. In tanti lo stanno dicendo. “Fumo negli occhi” è l’opinione che compare sul Financial Times e che esprime l’economista Wolfgang Munchao con la metafora per rappresentare cosa sia il Recovery fund dell’Europa. Uno “stimolo di fondi pari allo 0,6% del Pil Ue, cioè nulla”.

Ashoka Mody, docente a Princeton (USA), parla del “pacchetto dell’Ue come se, al pronto soccorso in ospedale, venisse fatta la promessa di  una bendatura tra sei mesi a chi ha subito una frattura traumatica”. Se non vogliamo andare incontro a una grave crisi economica e umanitaria, “bisogna curare subito la ferita”.

Naturalmente in Italia ‘chi doveva’ ha dipinto il piano di Ursula von der Leyen come una grande vittoria del governo Conte-Gualtieri. Hanno confuso le acque per far credere che l’Italia avrebbe ricevuto in regalo i fondi provenienti dai 500 miliardi. Ma abbiamo visto che non è così.

Secondo Munchau (autore dell’articolo del Financial Times)  i tanto inneggiati “500 miliardi a fondo perduto altro non sarebbero che 400 miliardi di trasferimenti, che non andrebbero oltre i 310 miliardi spalmati in 4 anni”. E non solo, perchè “essendo questi fondi condizionati al perseguimento di obiettivi stabiliti dall’Ue, è assolutamente possibile che non vengano spesi tutti”.

Parere in linea con quanto espresso da Ashoka Mody, il quale spiega all’interno del podcast intitolato “L’Europa non vuole salvare l’Italia” che, considerata la gravità della situazione economica, l’Italia necessita di uno stimolo serio, un intervento dell’ordine del 10-15% del Pil.

Non solo gli ‘aiuti’, che dovremo restituire con gli interessi perchè nulla ci verrà regalato, saranno insufficienti, ma potrebbero essere anche meno del contibuto che dovremo versare. A dirlo è proprio un giornale tedesco, il Faz, il quale introduce alcune considerazioni in base alle quali l’Italia rischia addirittura di pagare più contributi di quanto riceverà indietro con i sussidi: “se i paesi non appartenenti all’area euro fossero autorizzati a rinunciare al Recovery Fund, aumenterebbero gli oneri di rifinanziamento per i restanti paesi”.

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