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FOIA: il diritto per la libertà di stampa che i media snobbano3 min read


Sono passati quasi tre mesi dall’entrata in vigore del decreto Cura Italia. Tre mesi da quando, con quel decreto, il governo ha deciso di sospendere il Foia (Freedon of Information Act) e, di conseguenza, la libertà d’accesso agli atti della Pubblica Amministrazione. Una sospensione che, almeno in teoria, portava una data di scadenza ben precisa: quella del 15 di aprile, prorogata poi fino al 15 maggio. Tuttavia, essendo la decisione legata alla mancata capacità degli enti pubblici di lavorare a pieno regime (dovuta alla pandemia), era evidente fin dal principio che, fin tanto che non si fosse normalizzata la situazione, l’accesso agli atti sarebbe stato trattato come un diritto di second’ordine, se non addirittura come un capriccio di qualche giornalista fastidioso.

UN PROVVEDIMENTO PASSATO IN SORDINA

La sospensione, già di per sè, è stata un duro colpo alla libertà di stampa. Una perdita teoricamente temporanea e, a detta di alcuni, necessaria a gestire un’emergenza ben più grave di qualunque irregolarità nei conti della macchina pubblica. Fu davvero strano però, già tre mesi fa, notare come pochissime realtà mediatiche trattarono la cosa. Un provvedimento che, qualunque fosse la ratio, tarpava le ali ad ogni testata giornalistica e blog d’informazione, passò così in sordina, senza che buona parte dei cittadini se ne accorgessero.

TRE MESI DOPO, NESSUN CAMBIO DI REGISTRO

Quello che, tuttavia, dovrebbe fare ancora più scalpore ora, è che pressoché nessuna realtà giornalistica ne ha più parlato nell’ultimo mese e mezzo. Ad oggi, resta quasi impossibile capire se e con quale ritmo le PA hanno ricominciato a fornire l’accesso ai propri atti. Sapere se la trasparenza delle amministrazioni pubbliche sia stata o no ripristinata, insomma, non sembra essere la priorità di nessuno, o quasi. Se è vero che il Foia equipara questo accesso ad un diritto fondamentale, ci si aspetterebbe una maggiore attenzione a quest’aspetto di ripartenza post pandemia. Quello che si trova ad oggi sulla questione, invece, se si cercano informazioni sui media online, è un enrome non detto. Che fine ha fatto la data del 15 maggio? Come può informarsi un cittadino qualunque sul ripristino del Foia? Si tratta di sciatteria mediatica o di una più profonda mancanza culturale del belpaese? Come giornalista la domanda sorge spontanea: perché a nessun collega sembra fregare niente della questione?

COME RISPONDERE A TANTE DOMANDE?

Si potrebbero costruire mille ragionamenti diversi partendo da queste domande. Il mio obiettivo primario, però, è quello di indurvi a rifletterci, e magari ad aiutarmi a trovare le risposte. Forse la pandemia ha reso noi tutti un po’ciechi ai problemi collaterali a quello medico-sanitario. Forse, tra tutti gli interessi in gioco, non ce ne sono abbastanza che siano orientati ad una richiesta di trasparenza. Magari è stata semplicemente una dimenticanza collettiva ed è solo questione di tempo prima che, finalmente, non si risvegli almeno un cane da guardia degno di questo nome.

USCIREMO DALL’INCUBO?

Non è facile trarre delle conclusioni, ma qualcosa di certo c’è: questi mesi sono stati come un lungo incubo, un percorso onirico attraverso il totale disfacimento di ogni nostra certezza. Pensiamo a volte di esserne ormai usciti, ma siamo ancora paralizzati da un torpore che ci rende lenti, disattenti, a volte addirittura rassegnati. La reazione deve ancora iniziare, e questa enorme dimenticanza ne è una prova. Che poi possa essere anche prova di un’enrome mancanza culturale di fondo, e di un atteggiamento non all’altezza dei media quando si tratta di questioni che toccano i loro stessi interessi, forse è ancora presto per dirlo. L’attesa, tuttavia, non stempera tutta la delusione, e il pressapochismo, comunque la si voglia vedere, si sente.

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