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Chi saccheggia Rolex non combatte il razzismo e Obama appoggia Trump8 min read

Last updated on 7 Giugno, 2020

La morte di George Floyd a Minneapolis è la conseguenza di un atto eseguito dall’agente di polizia Derek Chauvin. Ci sono però altri fatti legati a questo evento che è necessario ripetere e sottolineare. La responsabilità dell’omicidio è da addossare all’agente e per questo Derek Chauvin è stato cacciato dalla polizia, è stato arrestato, accusato e lasciato dalla moglie che, dopo i fatti e probabilmente per non essere coinvolta nello tsunami che è poi straripato, ha chiesto immediatamente il divorzio.

A decidere di che tipo di omicidio si sia trattato, colposo o volontario, che condanna dovrà subire Derek Chauvin e quale sarà il risarcimento che la città di Minneapolis, la polizia risponde al sindaco e alla giunta municipale, dovrà pagare agli eredi, sarà deciso da una Corte di Pari con i famosi dodici giurati. Anche l’aggravante dell’odio razziale sarà decisa dalla Corte e, se accertata, aggiungerà ulteriori anni da scontare in carcere alla pesante condanna che si profila all’orizzonte.

A quanto pare Derek Chauvin già in passato era rimasto coinvolto in eventi dubbi, uno in particolare finì con uno scontro a fuoco dove una persona era stata da lui uccisa con due colpi di pistola al ventre. Qualcuno dovrà spiegare perché un soggetto del genere fosse ancora in servizio attivo. Ho anche notato che quella di mettere il ginocchio sul collo di un fermato per immobilizzarlo, è una tecnica in uso presso gli agenti di polizia di diverse città U.S.A. Tale tecnica fa parte di qualche manuale di addestramento? Questa sarebbe una domanda intelligente alla quale bisognerebbe dare una risposta, perché in caso affermativo sul banco degli imputati dovrebbero sedere anche chi ha scritto il manuale e chi lo ha approvato.

Se invece si tratta di una tecnica fai-da-te, magari una variante “cattiva” di qualcosa in uso nel wrestling che però fuori dalla finzione del ring può uccidere, in alcune immagini arrivate in questi giorni dagli Stati Uniti si vedono colli dei fermati e ginocchia in divisa che si incontrano troppo spesso, la cosa cambia. Come è possibile che i capi dei vari dipartimenti di polizia non ne fossero a conoscenza? Se non lo erano sono degli incapaci e dovrebbero dimettersi, mentre se lo erano, ora che c’è scappato il morto è giusto che si prendano le loro responsabilità.

C’è da aggiungere che il corpo di polizia di Minneapolis, come quello di qualsiasi altra città, non è e non può essere responsabile per le azioni di un mascalzone in divisa. Mele marce e corrotti si annidano in tutte le organizzazioni e, purtroppo, anche in quelle destinate alla nostra sicurezza. Solo gli Affari Interni, che in questi casi devono indagare, accusare ed epurare chi si è macchiato di illeciti durante il servizio, possono fare pulizia dove serve, al fine di mantenere la credibilità delle forze dell’ordine.

“Per star seduto su una volante, la voce in radio ci fa tremare, che di coraggio ne abbiamo tanto, ma qui diventa sempre più dura quando ci tocca di fare i conti con il coraggio della paura. E questo è quel che succede adesso, che poi se c’è una chiamata urgente se prende su e ci si va lo stesso”. Questa frase tratta dalla canzone Signor Tenente di Giorgio Faletti, sintetizza in pieno cosa passa nella testa di chi fa il proprio dovere e onora la divisa che indossa, perché alla fine, quando ne abbiamo bisogno, e prima o poi succede a tutti di averne bisogno, è sempre agli uomini in divisa che ci affidiamo nel momento di emergenza o di pericolo. E questo accade in ogni democrazia.

 

Ma al punto in cui siamo arrivati è anche necessario mettere ordine alla confusione mediatica che si è creata intorno a questo evento, confusione che, ne sono sicuro, alla fine sarà anche di intralcio alla giustizia. L’omicidio di George Floyd ha fatto da detonatore alle giuste contestazioni della minoranza di ‘colore’, contestazioni che però hanno dato il via a devastazioni e saccheggi che danno la netta sensazione di essere stati preparati a tavolino. Devastazioni seguite da molti media che, anziché stigmatizzare, sembra facciano il tifo per chi ha deciso, come è successo sulla Quinta Strada di New York, di andare a fare shopping nei negozi di lusso spaccando le vetrine e saccheggiando quello che c’era esposto o che era a portata di mano.

Chi ruba orologi Rolex o vestiti nelle boutique di lusso, non è un contestatore ma un delinquente al quale interessa solo impossessarsi con la forza di un qualcosa che non riuscirebbe mai ad ottenere in altro modo. Questo è inaccettabile come è inaccettabile che una tragedia di competenza di un Governatore di uno Stato venga cinicamente sfruttata per fini politici contro il Presidente in carica e in vista delle elezioni presidenziali. Prima o poi scopriremo se qualcuno ha soffiato sul fuoco per mettere la più importante democrazia in imbarazzo davanti al mondo intero e, nel caso, ne vedremo delle belle.

Come se non ce ne fosse abbastanza, ci si è messo anche il resto del mondo, con l’Unione Europea in testa, a soffiare sul fuoco anziché aiutare a riportare la calma. Questo resto del mondo, con l’Unione Europea in testa, che fa affari con la Cina comunista e schiavista del proprio popolo, o con l’Iran dalle esecuzioni pubbliche due volte a settimana, il lunedì e il giovedì, farebbe bene a guardare a se stesso prima di giudicare gli altri, incominciando proprio dal razzismo che ha in casa e che non puzza meno di quello che ha portato alla morte di George Floyd a Minneapolis.

Poi, per finire, c’è ora la moda di questi inchini per chiedere scusa per il razzismo. Inchini che sono iniziati con alcuni agenti di polizia che, anziché sedare le rivolte, si sono umiliati davanti a una folla feroce che li insultava. Inchini che poi hanno dilagato anche nel mondo dello sport e del giornalismo, ne abbiamo visti degli esempi anche su canali italiani.

Inchini che sanno tanto di inutilità mista a ipocrisia, inchini che sono un pessimo segnale subliminale che anziché combattere il malessere del razzismo sta invece creando il razzismo al contrario, dove il ‘testimone’ passa dal persecutore alla vittima che, in tempi brevissimi, si sentirà autorizzato ad essere il nuovo oppressore in un vortice che non farà altro che alimentare le violenze. Questo ipocrita inchino è la materializzazione dell’incubo peggiore e del pericolo estremo, perché inchinarsi è ammettere delle colpe che se non si hanno non vanno ammesse, perché il razzismo si combatte con la giustizia giusta nelle aule dei tribunali e con una stretta di mano nella vita di tutti i giorni.

Un Obama Shock sul razzismo

Obama - Razzismo

Il politicamente corretto vive di cortocircuiti spazio-temporali, e quello che segue è definitivo. Chi volesse trovare un senso alla cronaca isterica che in questi giorni arriva da Oltreoceano, con un gruppo di professionisti del saccheggio urbano che ha scelto di battezzarsi “Antifa” in un Paese che il fascismo non l’ha mai conosciuto (anzi l’ha storicamente sradicato), il quale sta devastando negozi, incendiando edifici, aggradendo a sangue persone, mettendo a ferro e fuoco le città d’America, tra gli applausi scroscianti dell’élite liberal rintanata nei propri attici e in delirio sensuale per la folla che vuole lo scalpo dell’orco Donald Trump, dovrebbe semplicemente mettere in fila due dichiarazioni. Una di Barack Obama, e l’altra di Obama Barack.

Barack Obama, 28 aprile 2015, all’indomani delle violenze esplose a Baltimora e altrove dopo la morte in seguito all’arresto da parte della polizia dell’afroamericano Freddie Gray, nel suo ruolo di presidente degli Stati Uniti

“Quando le persone usano il piede di porco e iniziano a buttare giù porte per saccheggiare, non stanno protestando, non stanno facendo una dichiarazione: stanno rubando. Quando bruciano un edificio, commettono un incendio doloso. E stanno distruggendo e minando le imprese e le opportunità nelle loro stesse comunità. Quindi è del tutto appropriato che il sindaco e il governatore, con cui ho parlato ieri, lavorino per fermare questo tipo di violenza e di distruzione senza senso. Questa non è una protesta. Questa non è una affermazione. Sono teppisti che approfittano di una situazione per i propri scopi e devono essere trattati come criminali”.

Il governatore del Maryland, in base a queste parole in totale accordo con Obama, chiese e ottenne l’intervento nelle strade della Guardia Nazionale. Ovvero, di un corpo militare: l’ipotesi che in queste ore turba il sonno delle educande democratiche di ambo le sponde dell’Atlantico, perché ventilata dall’attuale inquilino repubblicano della Casa Bianca. Ma andiamo al secondo tempo.

Obama Barack, 3 giugno 2020, all’indomani delle violenze esplose a Minneapolis e altrove per l’uccisione da parte della polizia dell’afroamericano George Floyd, nel suo ruolo di burattinaio del candidato-manichino Joe Biden:

“Parlo ai milioni di americani che sono scesi in strada e hanno fatto sentire la loro voce, un’ondata di proteste che nascono da una legittima frustrazione. C’è un cambio di mentalità in atto, una maggiore consapevolezza che possiamo fare meglio. E questa non è conseguenza dei discorsi dei politici, ma il risultato diretto della capacità di così tanti giovani di mobilitarsi. La spinta dei giovani fa ben sperare per il futuro. Voglio che sappiate che voi contate, che le vostre vite contano, che i vostri sogni contano”.

Chi deruba, percuote, spranga sotto la presidenza dell’avvocato progressista, idolo della cricca hollywoodiana, Nobel preventivo per la Pace deve “essere trattato come un criminale”.                 Chi deruba, percuote, spranga sotto la presidenza del miliardario conservatore, idolo della classe operaia bianca (orrore!), malvisto dalle burocrazie federali, deve sapere che “i suoi sogni contano”.  Sta qui, in questa antinomia sbracata contrabbandata per ovvietà, l’essenza del politicamente corretto.

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