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In Libia Erdogan fa scappare Haftar, la Turchia adesso controlla la Tripolitania5 min read

La Turchia determinante nell’andamento della guerra: il Gna di al-Serraj ha praticamente espulso il Lna di Haftar dalla Tripolitania. Possibili adesso tre scenari. L’Italia è ormai fuori dai giochi, ma potrebbe sfruttare la richiesta del governo di Tripoli di sminare le zone liberate.

La sconfitta è cocente. In Libia nell’ultima settimana gli uomini fedeli al Governo di accordo nazionale (Gna), presieduto da Fayez al-Serraj, hanno strappato diverse roccaforti dalle mani del sedicente Esercito nazionale libico (Lna), facente capo al generale della Cirenaica Khalifa Haftar. Dopo aver riconquistato l’aeroporto di Tripoli, il Gna si è spinto ad est, entrando nelle strategiche città di Tarhuna e Bani Walid e cingendo d’assedio Sirte, la città costiera sotto controllo dell’Isis fino al dicembre 2016La pletora di milizie che compongono il Lna di Haftar si è ritirata dalle postazioni senza combattere, lasciando diverse armi e munizioni alle truppe tripolitane. 

In rosso le zone controllate dal Gna di al-Serraj, mentre in verde quelle in mano al Lna di Haftar. Adesso le milizie tripolitane hanno raggiunto le porte di Sirte. Fonte: Clash Report

Il sedicente Esercito nazionale libico, quindi, si è sciolto come neve al sole a seguito dell’attacco del Gna, coadiuvato dai droni Bayraktar TB2 forniti dalla Turchia e da migliaia di jihadisti provenienti dai teatri levantini. Le milizie cirenaiche, anch’esse supportate dai mercenari russi della Wagner, sembrano non essere in grado di fronteggiare l’avanzata del Gna, il quale, però, potrebbe decidere di non tentare l’assalto all’est del Paese.

I possibili scenari

L’evoluzione del conflitto dipenderà sicuramente dai calcoli strategici di Russia e Turchia. Anche Egitto, Emirati e Arabia Saudita (insieme alla Francia) proveranno a far valere la loro influenza su Haftar per non concedere troppo spazio alla Turchia. La quale, insieme al Qatar, sta inesorabilmente spianando la strada ad al-Serraj per condurre i futuri negoziati sulla pacificazione del Paese da una posizione di forza. Sono, quindi, ipotizzabili tre scenari:

Escalation. Con i nuovi risvolti militari la situazione sul campo è radicalmente cambiata. La Turchia di Erdogan, con la forte influenza esercitata su al-Serraj, è ormai padrone in Tripolitania. Forte degli ultimi successi, Erdogan potrebbe voler mettere pressione alle milizie – disunite e con il morale a terra – fedeli a Haftar e sfruttare la loro ritirata per conquistare Sirte e altri bastioni nell’est del Paese. Questa opzione porterebbe sicuramente ad una escalation del conflitto; mettendo in difficoltà la Russia che, da primo sponsor di Haftar, si troverebbe costretta ad aumentare il sostegno militare all’ormai ex uomo forte della Cirenaica.

De-escalation. Un secondo possibile scenario è, invece, quello della de-escalation. Definite le rispettive zone d’influenza – magari dopo aver espugnato Sirte – al-Serraj potrebbe accontentarsi della recente espansione territoriale per rafforzare la propria presenza in Tripolitania. Turchia e Russia, quindi, potrebbero veramente gettare le basi per un negoziato che coinvolga tutti gli attori interni ed esterni, in modo tale da immaginare una futura stabilità per la Libia. Dopo aver messo piede all’interno del Paese nordafricano, impiegato mezzi, armi e uomini, Erdogan e Putin potrebbero voler passare all’incasso. L’installazione di basi militari, insieme agli accordi economici già raggiunti, costituirebbero importanti sviluppi geopolitici per Ankara e Mosca.

Stallo. In terzo luogo, la situazione di stallo nel processo di stabilizzazione del Paese che fu di Gheddafi potrebbe protrarsi ancora per molto. Il pantano libico infatti non garantisce che scelte razionali di lungo periodo possano prevalere su determinati interessi particolaristici e locali che animano le fazioni in lotta. Per quanto concerne i due “eserciti”, ad esempio, essi non sono altro che la somma di centinaia di milizie armate: mettere d’accordo tutti gli attori è un’impresa da titani che, dal 2011, nessuno – neanche le Nazioni Unite con i vari inviati speciali (l’ultimo, Ghassan Salamé, si è dimesso ad inizio marzo dopo meno di tre anni dall’inizio del suo incarico) – è mai riuscito ad ottenere. La varie milizie, inoltre, sono corrotte fino al midollo e, spesso, trovano più conveniente continuare la guerra piuttosto che concluderla. La perenne situazione conflittuale, infatti, garantisce cospicui introiti economici dal controllo delle attività illegali; tutto ciò si traduce nel desiderio di non porre fine ad una rendita sicura.


Video che mostra un attacco da parte delle forze del Gna di al-Serraj al sistema missilistico Pantsir, di fabbricazione russa e in dotazione alle milizie di Haftar

Stefanini: nostro peso in Libia diminuito

Come abbiamo già affermato sulle colonne de Il Foro, l’Italia ormai ha poco margine di manovra in Libia. Frenata dalle pulsioni pacifiste dell’opinione pubblica, distratta dall’emergenza Coronavirus, sopraffatta dal dinamismo turco-russo (con molte insidie provenienti anche da oltralpe), la nostra nazione non è riuscita neanche con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ad imprimere una svolta alla politica estera. L’ambasciatore Stefano Stefanini, già consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – ma anche rappresentante permanente italiano presso la Nato e vice capo missione presso l’ambasciata d’Italia a Washington – ieri ha dichiarato ad Agenzia Nova che «il nostro peso in Libia inevitabilmente diminuisce».

C’è però ancora qualche possibilità di rientrare, almeno parzialmente ed in punta di piedi, nella partita libica. Il Gna di al-Serraj ha infatti chiesto all’Italia di aiutarlo con lo sminamento delle zone recentemente liberate dal controllo del Lna di Haftar. Un’opportunità che il governo è pronto a cogliere. La richiesta pervenuta al premier Giuseppe Conte, spiega il diplomatico, garantisce all’Italia la possibilità di «dare un aiuto tangibile che non può essere considerato aggressivo o di parte» e al tempo stesso di «rientrare in un gioco che sul piano internazionale ci è sfuggito di mano», peraltro in una situazione di stallo militare che garantisce «ben poco spazio all’Italia e in generale all’Europa».

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