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Automotive danneggiato dal Covid-19: 130 miliardi bruciati in Borsa3 min read

Last updated on 4 Giugno, 2020

Il settore automobilistico, che in Italia vale l’11% del Pil, è rimasto ingessato dalla pandemia che ha colpito il mondo. Negli ultimi anni l’automotive è già stato chiamato a ripensarsi: le sfide sono iniziate e si chiamano transizione all’elettrico, mobilità sostenibile, economia circolare e innovazione ad alto valore aggiunto. Tesla, l’azienda del visionario Elon Musk specializzata nella produzione di auto elettriche, fa da apripista già da anni. E la bontà della linea seguita dalla società americana si vede dalla sua capitalizzazione in Borsa: il valore di mercato delle sue azioni. Tesla vale sui mercati 150 miliardi di dollari; è saldamente al secondo posto dietro Toyota. Volkswagen, che produce qualcosa come 30 volte le vetture di Tesla, vale “solo” 79 miliardi.

 

La crisi

Segnali di una evidente difficoltà del comparto automobilistico nelle ultime settimane e mesi sono: la chiusura dello stabilimento Nissan a Barcellona, gli 8 miliardi di aiuti di stato che il governo francese mette a disposizione del settore auto transalpino, la richiesta di Fca (Fiat Chrysler Automobiles) di 6,3 miliardi di prestiti garantiti dallo stato che tanto ha fatto discutere, o il taglio di 15.000 posti di lavoro di Renault.

Questi eventi sono la necessaria conseguenza di ciò che sta accadendo. E ciò che sta accadendo lo riflettono i numeri: Bmw perde il 25% del proprio valore mentre Fca il 38%. La casa italo-americana nel mese di aprile ha visto un calo delle vendite dell’88,6%. Calano le immatricolazioni anche per Volkswagen (76,2%), Renault (82%) e Psa (tra cui Peugeot e Citroën, 83,3%). Allargando lo sguardo e considerando le immatricolazioni gennaio – aprile la situazione non è comunque rosea: Mazda perde oltre la metà e Toyota più di un quarto. Ai tempi del Covid il settore automobilistico ha bruciato in Borsa 130 miliardi.

auto
Crollo in borsa dei big durante la pandemia. Fonte: Il Sole 24 Ore.

 

Il lavoro

Con stabilimenti e fabbriche fermi i grandi gruppi industriali del mondo sono stati messi in ginocchio. I primi a chiudere sono stati gli stabilimenti in Cina, poi in Europa, infine in America. Non si vede ancora la luce in fondo al tunnel ma le fabbriche sono state in molte parti del mondo riaperte. Distanziamento fisico, mascherine, guanti sono solo alcune delle precauzioni adottate dalle aziende anche dell’automotive che difficilmente recupereranno le vendite mancate. Da considerare inoltre l’integrazione stretta tra le filiere: il settore dell’auto è fortemente dipendente da altri settori come quello dell’acciaio e da molti altri. Se si ferma un settore gli altri ne risentono.  E questo avviene anche tra paesi. Un grande numero di fabbriche italiane fornisce componenti per auto prodotte per esempio in Germania.

Volkswagen
Fabbrica di Volkswagen a Wolfsburg: il marchio dell’azienda mangia il Covid-19 come Pacman.

Rilevante è stato anche il colpo subito da tutta la sharing economy, buona parte della quale consiste proprio in mobilità: car sharing, scooter sharing, bike sharing. A proposito di due ruote: anche questo comparto ha visto un crollo delle immatricolazioni. La ripresa ora è iniziata, lenta. Dalla cassa integrazione migliaia di lavoratori sono tornati a lavorare. Qualcuno invece il posto lo ha perso. Adesso la sfida sarà proteggere innanzitutto l’occupazione. Contestualmente è necessario uno sguardo lungimirante per una più efficace transizione alle emissioni zero, per il bene di tutti.

Leggi anche: Alitalia: tra conti in rosso e recupero del mercato.

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