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Merkel-Macron un accordo che spacca l’UE. Ecco chi ne beneficia e chi no7 min read

Last updated on 25 Maggio, 2020

L’accordo franco-tedesco, detto anche Merkel – Macron, è molto importante sia politicamente che economicamente per la sua importanza all’interno della Commissione Europea ( Presidente Commissione Tedesco, Presidente BCE Francese) . Lo stesso richiede però un certo tempo attuativo e per questo va affiancato da una complementare e rapida azione Bei (Banca europea degli investimenti) e Fei (fondo europeo degli investimenti) che invece continuano a rimanere defilate. È sbagliato quindi svalutare l’accordo perché la quantità finanziaria prefigurata, ovvero 500 miliardi, sembra piccola. Trattasi infatti di un inizio e bisogna essere certi che i finanziamenti agli investimenti “a fondo perduto” non diventino a “fondo sprecato”. Partendo allora dalla conferenza stampa dei due attori dell’accordo, interpoliamolo con altre autorevoli dichiarazioni e con gli elementi che vengono dal programma della presidente della Commissione europea. Von der Leyen ha già aggiornato il suo programma quinquennale, per altro ottimo, per tenere conto della situazione riveniente dalla pandemia e domani (27 maggio) presenterà il nuovo “Recovery Plan”.

Economia reale comunitaria: funzionalismo

Merkel Macron

Le filiere di investimenti prefigurate porterebbero davvero la Ue e l’Eurozona dentro il XXI Secolo. Sviluppare una “sovranità sanitaria” europea significa avere una capacità di ricerca scientifica comune aumentata, un sistema comunitario o coordinato sia di stoccaggio farmaceutico, sia di risposta alle emergenze sanitarie. Accelerare la “transizione verde” significa, con la revisione delle norme sia sugli aiuti di Stato per le compatibilità ambientali, sia sul sistema di permessi per le emissioni di CO2, spingere gli investimenti nelle energie e nelle infrastrutture pulite. Spingere sulla “transizione digitale” significa puntare sia su una pubblica amministrazione più efficiente, sia su sistemi produttivi più interconnessi riconquistando anche a livello europeo una autonomia rispetto agli oligopoli monopolistici mondiali. In definitiva si punta su una Unione Europea con una base di forte innovazione e di economia reale e che, anche attraverso una revisione delle politiche sulla concorrenza perseguita fino ad ora con spezzettamenti, rafforza il mercato comune sulle iper-filiere funzionali di salute, ambiente, digitale.

I quattro Paesi contrari

Austria Olanda

Svezia Ungheria

Non possiamo essere d’accordo con qualsiasi strumento o misura che porti alla mutualizzazione del debito o a un significativo aumento del bilancio dell’Unione europea”.      I quattro Paesi rigoristi del Nord Europa (Austria, Olanda, Svezia, Ungheria)  mettono nero su bianco l’opposizione all’intenzione di Angela Merkel ed Emmanuel Macron di lanciare il Recovery Fund europeo con 500 miliardi di sussidi a fondo perduto per i Paesi più colpiti dal Covid. Il contro-piano dei ‘frugali’ era stato annunciato lunedì scorso subito dopo la pubblicazione di quello franco-tedesco dal Cancelliere austriaco Sebastian Kurz, ma arriva solo oggi, con i governi di Austria, Olanda, Svezia e Danimarca che hanno avuto bisogno di più tempo del previsto per trovare un accordo sulle loro posizioni negoziali in vista di mercoledì prossimo, giorno tanto atteso nel quale la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, pubblicherà la proposta di Recovery Fund rivolta ai leader europei.

Sul piano dei quattro Paesi si registra però già il giudizio negativo del governo italiano. “Una recessione così dura richiede proposte ambiziose e innovative come il Recovery Fund. A rischio ci sono mercato interno e i suoi benefici per tutti gli europei. Il documento dei Paesi ‘frugali’ è difensivo e inadatto. Serve più coraggio il 27 maggio dalla Commissione europea”, ha scritto su Twitter il ministro per gli Affari Europei Enzo Amendola.

Per influenzare Bruxelles nella speranza che von der Leyen annacqui la sua proposta e per chiarire da subito la loro posizione negoziale nelle successive trattative tra governi, i quattro “frugali” in mattinata hanno fatto circolare tra partner e istituzioni una cartella e mezza con i loro “no”. Riconoscono la necessità di mettere in piedi un Fondo per rispondere alla recessione legato al bilancio europeo dei prossimi setti anni, ma vogliono che sia “temporaneo e una tantum”.

 Chiedono un più moderno bilancio Ue per il periodo 2021-2027 che possa reindirizzare le sue risorse alla risposta al Covid e alla ripresa economica. Tuttavia, aggiungono, “la nostra posizione sul budget della Ue non cambia”. I frugali dunque pretendono che “i contributi nazionali siano limitati e che rimangano valide le correzioni nazionali”. In altre parole, nonostante la crisi non vogliono aumentare la potenza di fuoco del bilancio dell’Unione e non vogliono rinunciare ai loro rebates, ovvero agli sconti sui versamenti alle casse di Bruxelles che sulla scia del Regno Unito hanno ottenuto negli ultimi decenni.

Il Recovery Fund: qualità buona, tempi lenti

Merkel - Macron     Merkel Macron

Questi programmi verrebbero sostenuti, sia secondo l’accordo, sia nel progetto che Von der Leyen sta preparando, da un fondo europeo che, garantito dal bilancio comunitario, emette obbligazioni sul mercato. La dimensione di 500 miliardi Macron/Merkel è minore di quella prefigurata da von der Leyen che ha parlato di 1.000 o 1.500 e da quella che il Parlamento europeo ha cifrato in 2.000 miliardi. Il valore dell’emissione obbligazionaria non è per ora nella quantità, ma nella qualità. Infatti si tratterebbe di titoli europei per finanziarie investimenti in filiere funzionali europee che, ovviamente, vengono poi declinate nelle territorialità nazionali. Così si ribilancerebbero anche i gravi squilibri che stanno emergendo nella reazione agli effetti economici della pandemia dove gli Stati con grandi spazi di bilancio pubblico, liberati dai vincoli sugli aiuti di Stato, stanno acquisendo una posizione dominante che non solo altera il mercato interno, ma anche la distribuzione territoriale del sistema produttivo. Anche perché, aspetto poco notato, la necessità di de-globalizzazione in atto ha un peso maggiore per Stati europei forti che avevano anche molto delocalizzato e che adesso rinazionalizzano. Il tempo però stringe. Perché se bisogna aspettare il bilancio europeo 2021-2017 sia per garantire l’emissione del Fondo, sia per distribuire i finanziamenti sulla base dei programmi del bilancio stesso, sia per territori più colpiti dalla pandemia si rischia di vanificare tutto.

Investire subito: Bei e Fei

Merkel Macron
Banca europea degli investimenti
Merkel Macron
Fondo europeo degli investimenti

Allora andrebbe avviato un programma parallelo,      complementare e ponte con la Bei/Fei per finanziare imprese, per entrare nel capitale di imprese strategiche, per creare nuove grandi imprese per infrastrutture europee regolate solo da norme europee anche per gli appalti. La Bei può essere ricapitalizzata anche con conferimenti azionari di società partecipate dai singoli Stati e a sua volta può ricapitalizzare la sua controllata Fei. Questa può fare emissioni obbligazionarie e poi acquistare azioni di imprese nei settori “strategici” sopra indicati che sono indispensabili per la citata, forte spinta euro-funzionale. Se la gestione delle imprese in cui Fei investe è buona, i dividendi servono anche a pagare gli interessi sulle emissioni obbligazionarie. Si dirà che tutto questo è impossibile, ma è assai meglio che ci siano grandi imprese controllate da banche industriali europee (Bei e Fei) che grandi imprese controllate (o salvate per sprecare a fondo perduto, essendo Alitalia un caso “classico”) in modo diretto o indiretto tramite gli aiuti da singoli Stati europei. In particolare, avendo l’Italia pari peso azionario a Francia e Germania nella Bei, ed essendo prevedibile un’accelerazione sull’integrazione industriale franco-tedesca, l’Italia dovrebbe giocare un ruolo alla pari senza perdere alcuna opportunità. La creazione di queste euro-imprese faciliterebbe anche una tassazione aziendale a base unica europea che darebbe introiti al bilancio europeo. Questa è anche una delle prospettive date dall’accordo Macron-Merkel e anche da von der Leyen.

Una conclusione: maggioranze, diffidenze, efficienze

Nella Ue, molte dinamiche sono in movimento e le difficoltà di decidere vengono spesso dai voti all’unanimità richiesti nel Consiglio europeo. Per superarli la Commissione deve riprendere il suo ruolo “alla Delors” e oggi ci sono buone prospettive perché forte appare sia l’allineamento tra Von der Leyen e i commissari, in particolare nelle traiettorie dell’accordo franco-tedesco con Thierry Breton (Mercato Interno) e Paolo Gentiloni (Economia). Per convincere i Paesi “rigoristi “del Consiglio europeo la Merkel ha molti modi e mi pare difficile che alla vigilia del semestre europeo a guida tedesca, che inizia il 1° luglio, si sia spesa in un accordo che finirà nel nulla. Così come mi pare difficile che von der Leyen si sia spinta così avanti senza “spalle coperte”. A loro volta i Paesi rigoristi possono trovare una ragionevole sedazione delle loro paure se sanno che gli investimenti a “fondo perduto” non sono a “fondo sprecato”. Bei e Fei danno già ora danno garanzie assolute.Così come lo darebbe su quello standard il Fondo per i Recovery bond che anche la Bce potrebbe così acquistare

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