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Silvia Romano è tornata in Italia. Il bisogno di rispetto oltre i pregiudizi4 min read

Last updated on 25 Maggio, 2020

Ciampino, 10 Maggio 2020. Arriva un aereo da Mogadiscio, c’è molto fermento nell’aria. Un’eccitazione felice, un po’ di incredulità. Ed ecco che finalmente si vede, dopo 18 mesi, Silvia che tocca il suolo italiano. È felice e saluta i giornalisti che, voraci, le scattano foto. Qualche passo, ed eccola, finalmente davanti ai suoi famigliari. La mamma Francesca, la sorella e papà Enzo possono riabbracciarla, veramente. 

Fonte: Sky Tg24La 24enne volontaria è atterrata a Ciampino alle 14, dopo 18 mesi di sequestro tra Kenya e Somalia. Ad attenderla, il ministro degli Esteri Luigi Di Maio e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte

È tutto vero, Silvia Romano è tornata in Italia dopo essere stata rapita e tenuta in ostaggio per un anno e mezzo, fra la Somalia e il Kenya. Era partita come volontaria, con la onlus “Africa Milele”, ma questo forse già lo sapete. 

Sì perché di Silvia ormai si pensa di sapere già tutto. Nel momento stesso in cui è apparsa con lo jilbad, l’abito delle donne islamiche somale, tutti la conoscevano. Si è presa anche una certa confidenza: c’è chi le ha dato già dei nomignoli, «neo-terrorista», «islamica ingrata» per dirne alcuni. 

Forse ribadire che stiamo parlando di una ragazza partita come volontaria in Africa e che nel giro di un anno e mezzo ha visto la sua vita stravolta non sembra mai essere abbastanza. Gli italiani non sono convinti, lo si percepisce sui social, negli interventi politici, nei servizi al telegiornale. Ci sono ancora punti  in ombra sulla vicenda, fra tutti la questione del riscatto. Il problema in questo caso non è tanto nei dubbi nutriti, quelli saranno risolti dalla verità. Il veleno più letale ora è l’accanimento, l’odio e gli attacchi verso la giovane cooperante.

Fonte: Sky Tg 24. Nella foto, l’abbraccio con i famigliari.

Quindi, forse, vale la pena di ripercorrere, ancora una volta,  le tappe che l’hanno coinvolta per capire, almeno vagamente, che cosa ha vissuto la giovane milanese.

Il rapimento

La sera del 20 novembre 2018 nel villaggio nel sud del Kenya, a circa 80 chilometri a ovest di Malindi, Silvia Romano è stata rapita, mentre seguiva un progetto di sostegno all’infanzia. Secondo le prime informazioni, i rapitori facevano parte di una banda di criminali locali il cui capo avrebbe avuto legami con Al Shabaab, un noto gruppo jihadista legato ad Al Qaeda, famoso per aver compiuto diversi attacchi terroristi in Somalia e nei paesi vicini.  

Dopo essere stata rapita sono stata accompagnata per circa un chilometro dove ad aspettarmi c’erano tre sequestratori somali con delle moto. Mi hanno preso e siamo partiti verso la Somalia.

Racconta la ragazza al pubblico ministero, nel lungo colloquio durato quattro ore in seguito al suo ritorno in Italia. 

Fonte: Il Corriere della Sera. Le tappe del rapimento: https://video.corriere.it/cronaca/silvia-romano-libera-tappe-vicenda-cooperante-rapita-kenya/3e38eaea-9217-11ea-9f60-1b8d14bed082

I mesi dopo sono stati un susseguirsi di lunghi viaggi a piedi – anche di otto, nove ore – fiumi guadati, foreste e fango. Nonostante i rumori di vita che provenivano dalle finestre, prosegue Silvia, non aveva idea di dove fosse. 

La conversione

Il tempo passava e lei voleva capire quando fosse giorno e quando notte, ma non solo:

Volevo pregare e mi hanno messo il Corano scritto in arabo e in italiano. Mi hanno anche dato dei libri. Ero sempre da sola e a un certo punto mi sono avvicinata a una realtà superiore. Pregavo sempre di più, passavo il tempo a studiare quei testi.

Ed è così che è nato in lei il desiderio di convertirsi: è diventata Aysha. 

Ecco perché, quando era tornata, era coperta non solo dalla mascherina anti Covid, ma  anche dal velo sul capo. Una sua scelta, così ha dichiarato. 

Il rispetto spiegato dal comboniano Giulio Albanese

Fonte: TPI. Informazione senza troppi giri di parole.
Nell’intervista rilasciata al Corriere della Sera, Padre Giulio Albanese frena i giudizi sul rilascio della cooperante italiana e sulla sua conversione all’Islam. Lui che conosce bene quel mondo. “Ci si dovrebbe rendere conto di che cosa significhi finire nelle mani di Al Shabaab.

Il punto da cui si è alzato il polverone mediatico ( e il conseguente odio nei suoi confronti) è proprio questo: la sua conversione. Sono nate congetture al riguardo: sindrome di Stoccolma? É forse in cinta? È sposata con il suo aguzzino? Qualcuno parla di giallo e di indagini in corso. 

C’è una grande sete di verità sulla vicenda che va oltre il rispetto, che è lo stesso di cui parla il missionario Giulio Albanese .  «Nessuno può violare il foro interno di Silvia, la sua anima, credo che la ragazza porti dentro ferite che ancora forse non riesce a verbalizzare», spiega a Vatican Insider. Il sacerdote comboniano ed esperto d’Africa, nel 2002 ha vissuto sulla sua pelle, ma per “solo”  48 ore, un rapimento nel nord dell’Uganda e dunque sa quanto il trauma ci impieghi anni prima di andarsene. Per questo non giudica e dice che è prematuro parlarne perché non è ancora emersa la verità. E precisa:

D’altro canto mi lascia perplesso il fatto che abbia deciso di abbracciare una fede nobile come quella islamica nel contesto di un’esperienza terribile con un movimento criminale, in assoluto il peggiore oggi sul mercato.

Il missionario insegna allora il sottile confine fra rispetto e attacco. Forse, troppe volte, oltrepassato.

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