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Libia, la strategia di Di Maio e gli ostacoli per l’Italia8 min read

Last updated on 18 Maggio, 2020

Il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ieri alle commissioni Esteri di Camera e Senato ha (finalmente) elencato i punti di quella che dovrebbe essere la strategia italiana in Libia. Tra questi: importanza della missione Irini, no ad un intervento di terra e rafforzamento della presenza italiana a Misurata. Il capo della Farnesina sembra, però, non aver fatto i conti con quella che è la realtà sul campo. È la Turchia, infatti, a condurre i giochi. E con Erdogan abbiamo un pegno da pagare per averci aiutato nella liberazione di Silvia Romano. Michela Mercuri, ricercatrice dell’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista: «Erdogan potrebbe ricattarci sui flussi migratori. Parole di Di Maio corrette, ma tra il dire e il fare…»

Quando, nella notte tra il 7 e l’8 maggio, i razzi di Khalifa Haftar hanno sfiorato la sua residenza a Tripoli, Giuseppe Buccino Grimaldi, ambasciatore italiano in Libia, deve aver detto basta. Non tanto perché, dopo la chiamata del ministro degli Esteri Luigi Di Maio, la Farnesina ha condannato – come da protocollo – «l’ennesimo attacco delle forze haftariane contro i civili, un attacco che ha colpito anche un’area intorno alla residenza del nostro ambasciatore».

L’ambasciata italiana in Libia, infatti, già da un po’ di tempo si trova nel mirino delle milizie del sedicente Esercito Nazionale Libico (Lna), agli ordini del generale della Cirenaica Haftar. E i comunicati di condanna alla violenza, insieme agli appelli per un cessate il fuoco, si sono rivelati totalmente inefficaci dal punto di vista della deterrenza (ma guarda un po’).

Nell’ultima settimana, l’allarme di Grimaldi deve essere rimbombato tante volte nella testa di Di Maio, tanto che ieri – intervenuto ieri davanti alle commissioni Esteri di Camera e Senato – il capo della Farnesina ha elencato alcuni punti della strategia da seguire in politica estera, con particolare attenzione al dossier libico.

Il “risveglio” del ministro di Maio è accolto positivamente – sebbene con molte riserve – da Michela Mercuri, ricercatrice presso l’Osservatorio sul Fondamentalismo religioso e sul terrorismo di matrice jihadista ed esperta delle dinamiche libiche: «Il missile Grad che è scoppiato a pochi metri dall’ingresso della nostra ambasciata sicuramente ha fatto correre più di un brivido sulla schiena alla Farnesina, che per la prima volta ha emanato un atto di condanna diretta nei confronti di Haftar e non una dichiarazione generica. Questo è sicuramente un passo molto importante, perché la minaccia incombente ha spinto l’Italia a riprendere in mano il dossier libico, che è stato accantonato dal nostro Paese per molto tempo».

L’intervento di Michela Mercuri sulle ultime vicende libiche a “Conoscere la storia”

Le linea di Di Maio sulla Libia

Rispondendo alle domande di deputati e senatori delle commissioni Esteri in seduta congiunta, il ministro degli Esteri anzitutto ha confermato il sostegno italiano al Governo di Accordo Nazionale (Gna) – riconosciuto dalle Nazioni Unite – di Fayez al-Serraj, affermando che il governo «sta lavorando» a una richiesta del governo libico per potenziare l’ospedale militare da campo dislocato a Misurata, in Libia, per aiutare il popolo libico a combattere la pandemia di Coronavirus.

Rispetto alle precedenti dichiarazioni, questa volta Di Maio ha preso nettamente le distanze da Haftar. «Ribadisco la ferma condanna espressa per l’attacco vicino alla residenza del nostro ambasciatore a Tripoli condotto dalle milizie di Haftar, segno di disprezzo del diritto internazionale e della vita umana, alla quale si sono associati tutti i partner europei» ha affermato durante l’audizione.

Per la prima volta, quindi, il ministro ha messo seriamente in cattiva luce l’uomo forte della Cirenaica, anche cercando astutamente la sponda di un personaggio poco conosciuto della vita politica libica, il presidente del parlamento di Tobruk Aguila Saleh, il quale ha recentemente stilato una proposta di soluzione politica per la Libia di 8 punti, dai contenuti dialoganti e con prospettive negoziali. Discostandosi, perciò, dalle prospettive belliche haftariane. Secondo di Maio, infatti, «la recente proposta politica di Agila Saleh con una roadmap in otto punti ha avuto il merito di rimettere sul tavolo un percorso di dialogo e negoziato che potrebbe rappresentare un’occasione utile per superare lo stallo». «Spero di riceverlo al più presto a Roma» ha aggiunto il ministro.

Di Maio, inoltre, ha ribadito la centralità dell’impegno italiano nella missione europea Irini, l’operazione che mira a garantire il rispetto dell’embargo delle armi e del cessate il fuoco: «L’Italia si è assicurata il comando della nuova Operazione, ospiterà il Quartier Generale, metterà a disposizione assetti navali e aerei». Il ministro ha però precisato che non ci sarà un dispiegamento di militari sul terreno. «Le cinquecento unità» impegnate nella missione Irini «non significa 500 militari sul terreno», in Libia. Il numero si riferisce ai «militari che si alterneranno nella missione navale, aerea e nel comando che è nostro». L’ipotesi di un intervento di terra «non esiste nella misura in cui né il mandato dell’Onu né le autorizzazioni del Governo o delle parti esistono in questo senso».

Il presidente del Consiglio italiano Giuseppe Conte con il Generale Khalifa Haftar, durante la Conferenza di Palermo sulla Libia, svoltasi nella città siciliana il 12 e il 13 novembre 2018

La realtà sul terreno e gli ostacoli da affrontare per l’Italia 

Le parole del ministro degli Esteri Di Maio vanno sicuramente nella direzione giusta. L’interesse dell’Italia in Libia, infatti, è che si arrivi presto ad una stabilizzazione del Paese. L’articolato intervento in commissione di Di Maio, però, si scontra con l’effettiva situazione sul campo.

Spiega Mercuri: «La missione Irini è una missione prevalentemente navale. Lo stesso Di Maio ieri ha confermato che non ci saranno i cosiddetti boots on the ground, ovvero la presenza fisica di militari italiani sul terreno. Il problema però è che la maggior parte delle armi – soprattutto quelle provenienti dagli Emirati Arabi Uniti dirette verso Haftar – arrivano via terra attraverso il confine con l’Egitto. Inoltre – continua la ricercatrice – se l’Unione Europea non sarà coesa nel supportare questa missione ci troveremo da soli alla guida di un’azione piuttosto complessa, perché fermare le navi, probabilmente cariche di armi, provenienti dalla Turchia è sicuramente un compito difficile che l’Italia non può affrontare da sola. Se non ci sarà un maggiore sostegno dell’Ue, la Missione Irini sarà destinata a fallire».

In effetti, il vuoto creato dall’assenza di una strategia italiana in Libia ha permesso alla Turchia di inserirsi con prepotenza a fianco di al-Serraj, diventandone il maggiore sponsor insieme al Qatar. Mentre Russia, Egitto ed Emirati sostengono militarmente e finanziariamente Haftar, Ankara e Doha puntellano il Gna, le cui milizie sono ideologicamente vicine alla Fratellanza Musulmana. Se Haftar, nonostante l’assedio iniziato il 4 aprile dello scorso anno, non è ancora riuscito ad entrare a Tripoli è soprattutto grazie alle armi e ai droni forniti da Erdogan. Il Sultano sta riuscendo nel compito di garantire la sopravvivenza politica e fisica di al-Serraj, il quale potrebbe restituire il favore voltando le spalle all’alleato italiano e concedendo sempre più spazio alle mire espansionistiche di Erdogan.

L’attuale situazione in Libia. Le forze del Gna di al-Serraj (in rosso) stanno respingendo l’assedio delle milizie controllate da Haftar (in verde). Fonte: https://twitter.com/clashreport

La liberazione di Silvia Romano e il pegno da pagare a Erdogan

L’influenza italiana in Libia è stata notevolmente ridimensionata negli ultimi anni. La riluttanza della classe politica nel gestire una dignitosa politica estera ha portato il nostro Paese ad avere un ruolo secondario nello Stato nordafricano, un tempo nostro primo partner commerciale. Ultimamente, però, diverse vicende hanno contribuito a declassare l’Italia a potenza di secondo rango in Libia. Una su tutte, la liberazione di Silvia Romano, la cooperante italiana rapita in Kenya il 20 novembre 2018 dal gruppo terrorista al-Shabaab. Sfruttando gli ormai decennali rapporti tra la Turchia e la Somalia – dove Romano era tenuta prigioniera – l’intelligence italiana ha collaborato con i servizi segreti turchi, i quali si sono rivelati fondamentali per la liberazione della cooperante. Un aiuto non da poco, che difficilmente si potrà ripagare con un semplice grazie.

Mercuri sottolinea che «in questo momento è innegabile che la Turchia vanti un credito nei confronti dell’Italia, nonostante la varie smentite da parte del nostro ministro degli Esteri. Questo credito potrebbe riflettersi in Libia, anzitutto da un punto di vista economico. Sappiamo, infatti, che la Turchia ha siglato con al-Serraj poco tempo fa un accordo per una Zona Economica Esclusiva (ZEE) nelle acque del Mediterraneo orientale escludendo Cipro, ma andando anche a mettere a rischio lotti di Eni. Potremmo poi pagarla da un punto di vista migratorio – aggiunge l’analista –, perché in questo momento al-Serraj continua a non controllare le numerose milizie che si trovano nell’ovest del Paese e in questo momento è la Turchia con i suoi mezzi e i suoi uomini inviati a Tripoli dalla Siria a farla da padrone. Erdogan – conclude Mercuri – potrebbe quindi diventare il proprietario delle chiavi dei flussi migratori e ricattarci anche da questo punto di vista. In questo senso, per quanto riguarda l’operazione Irini potremmo trovarci nell’imbarazzante situazione di dover bloccare navi turche cariche di armi quando la Turchia vanta un credito nei nostri confronti». 

Leggi anche “Il Coronavirus non ferma la guerra in Libia”

One Comment

  1. […] Come abbiamo già affermato sulle colonne de Il Foro, l’Italia ormai ha poco margine di manovra in Libia. Frenata dalle pulsioni pacifiste dell’opinione pubblica, distratta dall’emergenza Coronavirus, sopraffatta dal dinamismo turco-russo (con molte insidie provenienti anche da oltralpe), la nostra nazione non è riuscita neanche con il ministro degli Esteri Luigi Di Maio ad imprimere una svolta alla politica estera. L’ambasciatore Stefano Stefanini, già consigliere diplomatico del presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano – ma anche rappresentante permanente italiano presso la Nato e vice capo missione presso l’ambasciata d’Italia a Washington – ieri ha dichiarato ad Agenzia Nova che «il nostro peso in Libia inevitabilmente diminuisce». […]

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