Press "Enter" to skip to content

Oltre 2000 italiani sono prigionieri all’estero. 3 su 4, in attesa di giudizio4 min read

Last updated on 25 Maggio, 2020

Attualmente sono 2113 gli italiani detenuti all’estero. 500 di essi in Paesi il cui regime di detenzione è particolarmente duro e violento. In seguito a quanto è accaduto nella giornata di ieri, divenuta simbolo per la liberazione di Silvia Romano, non dobbiamo dimenticarci di quanti ancora rischiano la vita per le condizioni disumane in cui sono detenuti. Pensate che di questo numero, 1.113 persone sono in attesa di giudizio e 34 in attesa di estradizione. 

Le difficoltà maggiori che si affrontano in questi casi sono quelle di non poter conferire direttamente con la persona imprigionata. Spesso gli arrestati sono convinti a firmare dichiarazioni confessorie illudendoli che saranno scarcerati, mentre in realtà decretano la morte della loro difesa. I difensori, spesso, approfittano della condizione di straniero e chiedono parcelle esorbitanti per difese inefficaci, se non addirittura dannose.

Vi è poi un altro aspetto da considerare: le famiglie dei detenuti non sanno come interfacciarsi con le autorità italiane e straniere e si trovano sempre in grandissima difficoltà per comprendere quale sia la situazione in cui si trova il loro congiunto.

Dove si trovano i prigionieri italiani nel mondo? 

Nei Paesi dell’Unione Europea sono 1611 gli italiani detenuti, di questi 742 in Germania, 251 in Francia e 249 in Spagna. Nei Paesi europei extra Ue sono 120, sono 250 nelle Americhe, di cui 49 negli Usa, 40 in Perù e 10 in Venezuela. 

Sono inoltre 38 gli italiani detenuti in Medio Oriente, di cui 11 in Marocco e 9 negli Emirati Arabi. Infine 4 italiani sono detenuti nei Paesi dell’Africa Sub Sahariana e 90 tra Asia e Oceania, di cui 52 in Australia, 6 in Cina e 7 in Thailandia.

Dal 2008 “Prigionieri del silenzio” di strada ne ha fatta, dal primo caso seguito – quello di Carlo Parlanti, manager informatico toscano che ha scontato una pena di 9 anni dopo un processo di primo grado senza alcuna prova della sua presunta colpevolezza – all’ultimo, quello di Denis Cavatassi, l’imprenditore di Tortoreto condannato in primo e secondo grado alla pena capitale in Thailandia perché ritenuto il mandante dell’omicidio del suo socio d’affari.

Prigionieri
Carlo Parlanti

Ma in questo arco di tempo molti dei problemi sono rimasti immutati, in qualche caso si sono addirittura complicati. A partire dalla dimensione sociale del fenomeno: non è raro che i nostri connazionali detenuti vengano sottoposti a umiliazioni e a condizioni di vita del tutto incompatibili con un percorso di riabilitazione. Ed è praticamente la regola, soprattutto in certe realtà, che si ritrovino a vivere in strutture lontanissime dai grandi centri, senza cure adeguate (c’è chi aspetta anni per una Tac e chi si ammala di epatite, scabbia e altre infezioni), soprattutto senza un’assistenza legale degna di questo nome.

Capita addirittura che le carte riguardanti arresto e reati contestati siano redatte solo nella lingua locale: “Prigionieri del silenzio” cita come esemplare il caso di Angelo Falcone e Simone Nobili, costretti in India nel 2007 a firmare un documento in hindi che di fatto era una confessione. “Altro, importante nodo – spiega Anedda – è quello economico, che riguarda essenzialmente le famiglie: ai problemi di comunicazione e alla scarsa conoscenza delle normative del posto, spesso si somma l’impossibilità di far fronte a spese legali nell’ordine di decine di migliaia di euro”.

La nostra Costituzione, all’articolo 24, prevede la possibilità, per qualsiasi cittadino, italiano o straniero arrestato in Italia, di usufruire del gratuito patrocinio, “ma lo stesso non accade per gli italiani all’estero: i consolati hanno un generico budget annuale per aiutare i connazionali in difficoltà ma sono fondi insufficienti, falcidiati dai tagli degli ultimi anni. Anche a livello di personale”.

Prigionieri
Davide Cavatassi

Non è facile uscire dall’impasse, riconosce chi – proprio come i volontari dell’associazione – vive sul campo certe situazioni, aggravate a volte dalla consapevolezza di condanne arrivate dopo processi indiziari: “La gente – ammette Anedda – parte dal presupposto che chi sta dentro deve per forza aver commesso qualcosa, ma non è sempre vero. In ogni caso, è giusto che chi sbaglia paghi ma la dignità delle persone va comunque rispettata. Sempre”:

“Prigionieri del silenzio” chiede da tempo l’istituzione di una “figura statale” che si occupi dei nostri connazionali detenuti in altri Paesi, o almeno l’estensione del “magistrato di collegamento”, previsto negli Stati in cui l’Italia è presente con un’autorità consolare ma, nei fatti, con poteri limitati.

La presidente di “Prigionieri del silenzio” parla di questo e di molto altro nel suo libro (“Prigionieri dimenticati, italiani detenuti all’estero tra anomalie e diritti negati”), una raccolta amara di casi dolorosi e, ciascuno a suo modo, emblematici. Ma non è facile forare la cortina di silenzio che spesso – magari per vergogna – i congiunti dei detenuti alzano a protezione dei loro cari laddove invece l’attenzione dei media potrebbe essere di aiuto. Filippo e Fabio Galassi, ad esempio, sono tornati a casa ai primi di aprile del 2018 dopo tre anni passati in una prigione di Bata, in Guinea equatoriale, per reati finanziari di cui si sono sempre proclamati innocenti e dopo che del loro caso si erano occupate “Le Iene”.

Prigionieri
Filippo e Fabio Galassi

 

Be First to Comment

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

error: Content is protected !!