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Inflazione o deflazione, cos’accadrà all’economia dopo il Coronavirus?4 min read

Last updated on 20 Aprile, 2020

Il “lockdown” sta provocando la chiusura di attività e fabbriche in gran parte del mondo. Cessato l’allarme, resta da capire se i prezzi saliranno, diminuiranno o rimarranno piuttosto stabili.

Il rischio d’inflazione esiste, in Italia come all’estero. L’inflazione è un fenomeno monetario, provocato da un eccesso di moneta in circolazione rispetto al pil, cioè alla produzione di beni e servizi. E questo eccesso rischia di crearsi con i pacchetti fiscali di stimolo all’economia che i governi stanno varando per evitare che la crisi si trasformi in depressione. Ora, immaginatevi per semplicità di ragionamento che tutti gli italiani ricevano un assegno da 1.000 euro da poter spendere a piacimento. Non appena potranno tornare ad uscire, molti si precipiteranno nei negozi per comprare quello che ritengono essere loro necessario, altri ne approfitteranno per regalarsi una qualche soddisfazione dopo mesi di austerità forzata e di clima da panico collettivo. Qualcuno per prudenza risparmierà la cifra in tutto o in parte.

Fatto sta che, a fronte di una produzione non ancora normalizzatasi, la domanda s’impennerebbe per via dell’alta liquidità e i prezzi schizzerebbero, tanto più se la domanda venisse sostenuta da elevati deficit finanziati da capitali esterni, cioè senza che si registri il contestuale drenaggio di liquidità sul mercato domestico. Nel caso dell’Italia, dove le risorse effettive stanziate dal governo si mostrano relativamente contenute, il rischio esiste fino a un certo punto, mentre in altre economie, dove gli stimoli fiscali varati si presentano ben più generosi, come USA, Germania e Regno Unito, il rischio di un’inflazione potenzialmente fuori controllo vi è tutto.

In ogni caso, più ampio il gap temporale tra l’iniezione di liquidità dei governi e il ripristino della produzione, più alto il rischio inflazione. Ecco perché ragione vorrebbe che la gradualità con cui sarà consentita la riapertura delle attività vada di pari passo a quella con cui verranno allentate le restrizioni ai movimenti fino ad essere annullate. Se i governi consentiranno ai cittadini di tornare alle vite di sempre prima ancora che le imprese siano tornate a produrre a pieno ritmo, l’eccesso di liquidità in circolazione farebbe danni alla stabilità dei prezzi.

Negli Stati Uniti le prime stime indicano che il coronavirus potrebbe costare la perdita di 47 milioni di posti di lavoro, un numero altissimo seppur proporzionato ad una popolazione di oltre 300 milioni di abitanti. Non solo: sulla scia di questa previsione e degli effetti del crollo del mercato azionario, la fiducia dei consumatori rilevata dal Conference Board a marzo è prevista in ampio calo a 110 da 130,7 di febbraio. Ma non va meglio in Europa. In attesa di capire cosa accadrà da noi, mentre è in arrivo un’ulteriore manovra che porterà a 50 miliardi la spesa dello Stato per sostenere l’emergenza e mentre si ipotizza una riapertura graduale delle attività produttive non prima del 18 aprile, anche i nostri vicini europei fanno i conti con la crisi.

In Germania

La disoccupazione secondo l’indagine PMI dovrebbe aumentare di 40 mila unità a marzo, con conseguente aumento del tasso di un decimo al 5,1%. La flessione dell’occupazione è la più rapida dal maggio 2009 e ha interessato sia l’industria manifatturiera sia i servizi. Per proteggere il mercato del lavoro il governo tedesco ha esteso il suo programma Kurzarbeit, che consente alle aziende, se affrontano un calo della domanda, di ridurre l’orario di lavoro senza dover licenziare i lavoratori. Il programma ha effettivamente impedito un forte aumento della disoccupazione durante la recessione del 2008-09. La Germania è anche alle prese con il rallentamento dell’inflazione: a marzo, la stima flash indica un calo all’1,4% a/a, dopo il picco raggiunto con l’1,7% di febbraio.

In Italia

Secondo l’Istat questo dato potrebbe persino scendere in negativo già da marzo, a -0,3% a/a. Il contributo più ampio al calo dei prezzi dovrebbe venire dai trasporti, mentre sono attesi rincari nel settore alimentare. Le misure prese per combattere il COVID-19 potrebbero non solo spingere al ribasso l’inflazione nei prossimi mesi, ma anche causare problemi nella significatività della rilevazione statistica dei dati. In ogni caso, la tendenza al calo dei prezzi dovrebbe accentuarsi ad aprile, sulla scia del taglio delle tariffe.

In Francia 

Il pessimismo è diffuso in tutta l’area euro. In Francia gli effetti delle misure prese per contenere il COVID-19 potrebbero causare una riduzione dei consumi tra il 6 e il 7% nel trimestre. L’indice ESI di fiducia economica elaborato dalla Commissione Europea ha registrato in marzo una robusta diminuzione a 94,5 (-8,9 punti rispetto al valore precedente). La discesa è guidata dal crollo della fiducia dei servizi a -2,2 (-13,3 punti rispetto al valore di febbraio), seguit dal calo dell’indice delle vendite al dettaglio, sceso a -8,3 da -0,2 precedente, e del settore manifatturiero, sceso a -10,8 da -6,2 (-4,6 punti).

La flessione è stata meno severa nel settore delle costruzioni (a 2,7 da 5,4 precedente). Lo spaccato per paesi indica che, tra le maggiori economie dell’Eurozona, l’ESI è fortemente diminuito in Italia (-17,6 punti dal valore precedente) e Germania (-9,8 punti dal valore precedente), mentre registrano un calo meno forte Francia (- 4,9 punti dal valore precedente), Spagna (-3,4 punti dal valore precedente) e Paesi Bassi (-4 punti dal valore precedente). Il dato finale della fiducia dei consumatori del mese di marzo conferma il valore della stima flash di -11,6, con l’Italia che, anche in questo caso, registra il peggior calo.

 

 

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