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Geopolitica: una nuova guerra all’orizzonte, come cambierà il mondo?12 min read

Last updated on 16 Aprile, 2020

L’emergenza globale della pandemia del nuovo Coronavirus potrebbe avere ricadute anche di natura politica e geopolitica.

Il mondo che viviamo, per quanto globale, interconesso, interdipendente, è oggi più diviso di quanto non fosse qualche anno fa. Prima dell’esplosione di questa emergenza stavamo vivendo una stagione di forte tensione, soprattutto tra Cina, Russia e Stati Uniti e un forte ritorno alla competizione tra paesi e a un equilibrio sempre più multipolare. L’impatto della pandemia a livello internazionale, proprio per l’equilibrio instabile precedente alla sua esplosione, potrebbe comportare una serie di cambiamenti ed effetti di natura economica e geopolitica, a partire dal rischio, esaurita la crisi, che la prima vera vittima illustre della malattia possa essere la stessa globalizzazione, per come almeno l’avevamo conosciuta fino ad oggi.

L’Unione Europea

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L’Unione Europea, per esempio, appare già oggi in difficoltà e potrebbe uscire molto compromessa da una simile situazione. In crisi di consenso e di autorità da anni, per ora molto marginalizzata nella gestione dell’emergenza, incapace di incidere nelle scelte dei singoli governi tanto da dover subire di fatto la sospensione di Schengen e chiudere tutta l’Unione all’esterno per 30 giorni, potrebbe pagare caramente le conseguenze del Coronavirus. Diventa decisivo la capacità e la rapidità con cui l’UE potrà agire a livello economico per sostenere l’economia continentale e i paesi più in difficoltà, superando le ostilità degli alfieri dell’austerità, liberando ingenti risorse e sospendendo il patto di stabilità. Senza un ruolo forte in Europa delle autorità pubbliche sarà molto difficile superare gli effetti sociali, sanitari ed economici di questa emergenza epocale e sostenere con forza il rilancio dell’economia anche difendendo gli asset strategici europei. Si tratta di un cambio di paradigma oggi necessario.

Nel crescere di egoismi e divisioni e nel ritorno di nuovi particolarismi, non diversi da quelli già emersi durante le crisi migratorie degli anni scorsi, ma forse ancora più gravi, alcuni paesi europei più esposti per affrontare la crisi potrebbero essere tentati di cercare sostegno anche altrove, fuori dalla stessa Unione. Oppure potrebbero cadere vittima della disinformazione e della propaganda orchestrata da altri paesi ostili, intenti nel dividere l’Europa acuendo le divisioni già presenti e soffiando sul fuoco del nazionalismo e del rancore reciproco. Potenze straniere, interessate da tempo a introdursi nel campo europeo e sfilare alcuni dei paesi maggiori dalla sfera di influenza Atlantica ed europea, potrebbero attivarsi per condizionare le scelte di questi paesi nel mirino, sfruttando sia la debolezza politica dell’Unione che il clima emergenziale prodotto dalla pandemia nelle opinioni pubbliche nazionali.

Le mosse dell’Oriente: La Cina da untore a occasione? 

 

Fino a qualche settimana fa si pensava che Wuhan potesse essere l’inseparabile etichetta con la quale definire l’epidemia e che la Cina potesse essere colpita e affondata dai suoi ritardi e omissioni.  Come abbiamo visto a nostre spese, il virus è più rapido di qualsiasi muro o blocco e non ha passaporto o nazionalità. Ma quello che sta succedendo in questo momento è che la Cina, entrata per prima nel tunnel, ne sta uscendo per prima. Per contare i nuovi casi giornalieri, anche all’interno della provincia dello Hubei, bastano ormai le dita di una o due mani. E molti sono contagi “di rientro”.

Da colpo mortale per le sue ambizioni, il COVID-19 può diventare un’occasione per Pechino per rilanciarle con ancora maggiore forza, quelle ambizioni. Se fino a qualche settimana fa la Cina era vista come la nave che affonda da abbandonare al più presto, ora sembra diventata la possibile àncora di salvezza, grazie a una narrazione che include anche, quantomeno a livello interno, un tentativo di allontanare il più possibile il virus dalla sua origine geografica, avanzando azzardate ipotesi che questo possa essere nato altrove. Improvvisamente, sembra allora cambiare lo scenario, anche geopolitico, del post coronavirus.

Primo passo: il lancio della “Via della Seta sanitaria“. L’Italia è stato il primo capitolo, con la spedizione di materiale (in parte venduto, in parte donato) utile a fronteggiare l’emergenza: mascherine, tute protettive, ventilatori polmonari e un team di medici. Al di là delle considerazioni sulla strategia cinese, il governo di Pechino ha saputo muoversi nel momento giusto insieme alle sue aziende private e alle sue associazioni per un’azione che può avere un’enorme ricaduta positiva sulla sua immagine. In questa occasione, grazie anche alla sponda della Farnesina, la Cina ha saputo ovviare a uno dei problemi che l’ha fin qui caratterizzata nella competizione globale con gli Stati Uniti: l’assenza o la scarsità di soft power.

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L’aereo con aiuti umanitari della China Eastern atterratto a Roma, un mese e mezzo dopo il blocco dei collegamenti aerei diretti con la Cina deciso dal governo Conte bis, è un grande punto a favore per Pechino, anche a livello simbolico, in un momento dove anche le comunità e le aziende cinesi (come la Suning proprietaria dell’Inter) presenti in Italia stanno aiutando con numerose donazioni le strutture sanitarie italiane. E non è finita qui, visto che domenica pomeriggioLuigi Di Maio ha annunciato l’acquisto di cinque milioni di mascherine sempre dalla Cina, che invierà due nuove équipe mediche che saranno impegnate anche nell’epicentro dell’epidemia italiana, la Lombardia.

Il Soft power cinese non potrà che uscire rafforzato da iniziative come questa, che potrebbero presto ripetersi anche in altri paesi europei (oltre che in Asia e Medio Oriente, con iniziative simili già effettuate in Pakistan e Iran). D’altronde la Cina è il primo produttore al mondo di mascherine, con il suo centro (nemmeno a farlo apposta) proprio a Wuhan. Questa “Via della Seta sanitaria”, allora, oltre a una manifestazione di genuina solidarietà, risponde a necessità strategiche ed economiche di Pechino, che mira a rilanciare l’export del centro produttivo dello Hubei. È vero anche che non è la prima volta che una epidemia modifica la geopolitica. Anche se Covid-19 non ha ancora assunto la portata di un vero e proprio “cigno nero” quegli eventi inattesi che si rivelano uno spartiacque nella storia  il suo impatto accentua la tendenza già in atto alla de-globalizzazione.  L’immagine della Cina ne esce almeno in parte deteriorata: il contagio fra animali ed essere umani produce la seconda grande epidemia contemporanea di origine cinese dopo la Sars del 2002-2003. Per un paese che aspira al dominio tecnologico, la persistenza di queste forme di arretratezza è una notevole contraddizione interna, per usare il linguaggio di Mao.

C’è chi parla di effetto Chernobyl: la gestione opaca e tardiva della crisi nata a Wuhan viene paragonata al modo in cui il disastroso incidente nucleare ucraino del 1986 distrusse il mito della competenza scientifica sovietica. Ma è senza dubbio un’esagerazione, visto che Pechino, se possiamo fidarci dei numeri cinesi, è poi riuscita a controllare la situazione con metodi drastici.

 

5G, la guerra tecnologica ha inizio 

Oltre alle difficoltà sul piano interno, l’epidemia si pone anche come una grande opportunità. In primo luogo, sul piano interno, il superamento di una crisi tanto complessa gioverà alla Cina e favorirà l’unità nazionale e il consenso verso il partito, raffreddando la tensione con Hong Kong.  In secondo luogo, la crisi consentirà a Pechino di esercitare il suo soft power per riposizionarsi e ridurre la diffidenza nei suoi confronti, sia sul piano regionale, sia sul piano internazionale.

In questo senso, le prime mosse effettuate in Europa dalla Cina e dalle sue aziende, in particolare Huawei, con l’invio di personale medico e la donazione di materiali per la prevenzione e la lotta contro il coronavirus, sottolineano valori di solidarietà e cooperazione rispetto ai quali l’Occidente era storicamente considerato come vessillifero.

Non si tratta ovviamente di mera solidarietà, ma di un esercizio geopolitico in cui la Cina, nel solco della Belt and Road Initiative, tende la mano a un’Europa in grave difficoltà per sfruttare l’enorme vuoto che gli Stati Uniti stanno lasciando. Si tratta di un punto fondamentale che potrebbe costare moltissimo agli Stati Uniti sia in termini di influenza sull’Europa, sia in termini di leadership tecnologica, stante la difficile partita sull’implementazione della rete 5G. La possibile stretta regolatoria di Washington contro Huawei infatti potrebbe portare benefici sul breve periodo, ma è una politica destinata a fallire sul lungo.

Usa, il virus è un mistero complottistico? 

 

Negata in un primo momento dal presidente Trump, l’epidemia ha iniziato a diffondersi anche negli Stati Uniti con pesanti ripercussioni. Le tendenze infatti suggeriscono che gli Stati Uniti potrebbero attraversare una fase recessiva. Per affrontare la crisi gli Usa hanno a disposizione un bazooka da 7.500 miliardi di dollari. Secondo le stime di Capital Alpha la nuova legge approvata dal Congresso prevede aiuti per 2.000, “ma noi – spiega la stessa Capital Alpha – stimiamo che in realtà contenga una liquidità di 3.000 miliardi di dollari, a cui vanno aggiunti ulteriori 490 miliardi di dollari di spesa”. Inoltre “i prestiti da parte della Federal Reserve potrebbero arrivare a fornire fino a 4.000 miliardi di dollari di liquidità aggiuntiva, il che porta il totale a 7.500 miliardi di dollari, una cifra pari al 35% del Pil Usa”.

Geopolitica

La pandemia giunge in un momento difficile in cui la guerra di prezzi tra Russia e Arabia saudita ha ridotto del 30% i valori sul mercato petrolifero, mettendo in crisi i produttori americani di shale-oil. Secondo l’agenzia Moody’s, molte aziende non avrebbero più liquidità e il rischio di default sarebbe altissimo, stante la presenza di obbligazioni per 40 miliardi di dollari in scadenza quest’anno. La congiuntura non favorevole per gli Stati Uniti potrebbe essere sfruttata ancora una volta dalla Cina, magari rinegoziando la “Fase 1” dell’accordo sui dazi per l’acquisto, nei prossimi due anni, fino a 200 miliardi di dollari di merci statunitensi, compreso petrolio, gas liquefatto (Lng), gas naturale (Gpl) e materie prime petrolchimiche.

La Russia alleata o nemica? 

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Dalla crisi d’Ucraina in poi, Mosca ha perseguito l’indipendenza economica e finanziaria. Ma recidere i legami con i mercati mondiali è difficile in tempi normali, impossibile in un momento come questo. Soprattutto per una potenza petrolifera.

In un primo momento la Russia ha dato poca importanza all’epidemia da coronavirus. Fino alla fine di marzo, i dati sembravano attribuire al paese un’inspiegabile esenzione dal contagio, con i numeri degli infetti che si aggiravano attorno a poche decine; si sottolineavano i fattori che avrebbero consentito misure meno radicali in risposta alla pandemia. Ma di fronte al numero crescente dei contagi che hanno colpito soprattutto la regione di Mosca e la Repubblica di Komi, l’amministrazione Putin ha dovuto cambiare rotta, adottando misure di lockdown e politiche economiche di tiepido rilancio, in una situazione di crollo del prezzo del petrolio, svalutazione del rublo e disoccupazione crescente.

All’inizio del 2020 la situazione macroeconomica sembrava invidiabile: grandi riserve in valuta e oro (circa 570 miliardi di dollari), basso debito statale (circa il 20 % del pil) e surplus del bilancio. Questo a scapito di una crescita economica debole 0,6% annuo dal 2014  con salari stagnanti e una distribuzione del reddito sbilanciata a favore delle classi più ricche. Mosca negli ultimi anni ha tentato di aumentare la propria sovranità economica con una politica di sostituzione delle importazioni, per diminuire l’interdipendenza con le altre economie, tentando di isolarsi dai mercati reali e monetari. I risultati di questa politica sono stati efficaci per il settore agricolo  il paese è diventato un esportatore di grano, ritrovando la tradizione pre-sovietica e per la produzione di medicinali generici, ma non di quelli più avanzati, che continuano ad essere importati. Inoltre, la Russia importa tutt’ora circa l’80% dei beni di investimento.

L’inseguimento da parte delle autorità economiche e politiche russe dell’indipendenza dagli andamenti mondiali può essere efficace in una situazione di normalità – pur pagando il prezzo di una bassa crescita – ma mostra tutta la sua inutilità in situazioni di estrema crisi come quella attuale. Essendo determinato dal crollo della domanda mondiale, il prezzo del petrolio oggi sfugge totalmente al già scarso controllo di Mosca. Lo stesso vale per il tasso di cambio del rublo, che è strettamente correlato al prezzo del petrolio. Dal quale dipende anche il bilancio statale, secondo una regola che fissa a 40 dollari al barile il valore ottimale di equilibrio.

A peggiorare la situazione è intervenuta l’incauta decisione dell’amministratore delegato di Russneft Igor Sechin di rompere il patto di collaborazione con Arabia Saudita e paesi Opec sul taglio di produzione necessario a sostenere il prezzo del petrolio. La reazione saudita è stata quella di aumentare la produzione e si è tradotta in un ulteriore crollo, raggiungendo un minimo di 20 dollari al barile. Un nuovo compromesso è stato raggiunto solo nella domenica di Pasqua: prevede un taglio della produzione petrolifera di 9.7 milioni di barili a partire da maggio. Nonostante si tratti del taglio più consistente mai realizzato, non è detto che sia sufficiente ad arginare gli effetti del calo della domanda globale di petrolio. Il ministro dell’Energia Alexander Novak ha dichiarato all’agenzia di stampa statale Tass che una ripresa del prezzo del petrolio è attesa, nel migliore dei casi, per la fine dell’anno.

 

Un ruolo strategico dal punto di vista geopolitico l’ha fatto il Cremlino con l’invio di militari nel nostro paese, al Nord d’Italia. I russi arrivati nel nostro paese non fanno parte del famigerato Gruppo Vympel, la squadra di elite delle missioni antiterrorismo, come parrebbe leggendo i resoconti più allarmistici. Sono virologi. Scienziati. Tecnici di laboratorio. Sono addestrati alla guerra contro l’antrace. Contro l’ebola. Contro la peste suina. Parlarne semplicemente come di soldati è corretto, ma quantomeno generico. Sul campo si muoveranno in equipe composte da un medico, un infermiere, un anestesista e un epidemiologo. La maggior parte presterà servizio in un ospedale da campo allestito a Bergamo, nella zona della Fiera, dall’Associazione nazionale alpini. Altri saranno assegnati alle case di riposo.

La loro presenza in Italia è un evento di portata storica, uno dei tanti che si stanno succedendo in questi tempi confusi, e per alcuni come detto rappresenta una minaccia al nostro sistema di alleanza e anche alla stabilità delle nostre istituzioni. Senza dubbio alcuno il Cremlino scorge nella crisi una serie di possibilità. Prima di tutto nella politica interna. Il messaggio che il governo russo sta trasmettendo ai suoi cittadini è chiaro: abbiamo la forza necessaria per inviare aiuti all’estero; supereremo l’epidemia; a patto che la società resti sotto il nostro controllo; l’alternativa è una crisi peggiore di quella che sta colpendo l’Europa. Il sostegno garantito all’Italia permette, poi, alla Russia di stringere i legami, molto lenti negli ultimi tempi, con un paese che si è allineato quand’è stato necessario farlo alla scelta atlantica delle sanzioni, denunciando, però, in più di un’occasione i limiti della strategia. L’eventuale successo del  piano, i cui obiettivi sono peraltro assai limitati, non dipenderà dalla mole di aiuti che la Russia riuscirà a inviare al nostro paese. Dipenderà, com’è naturale che sia, dalle nostre decisioni. E forse anche dagli sforzi dei nostri veri alleati.

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