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Covid-19 è giusto dire che siamo in guerra?4 min read

Last updated on 11 Aprile, 2020

Già dai primi giorni di emergenza mi chiesi se il parallelo – usato e abusato sia da parte dei mass media che del mondo politico – tra pandemia da Covid-19 e Guerra su scala mondiale fosse fuorviante oltre che inappropriato. Nelle ultime settimane, penne molto più autorevoli della mia si sono espresse a riguardo, pubblicando magistrali articoli con il proposito di sottolineare questa distopia tra la situazione che stiamo nostro malgrado affrontando e il linguaggio bellico da vox populi. (Mi permetto di proporvene un paio: Coronavirus metafore e guerre  e  Coronavirus e solidarietà).

Guerra

“Non siamo in guerra!” è il grido che si solleva da più parti. La guerra è un’altra cosa e chi l’ha vissuta sulla propria pelle può testimoniarlo; chi invece ha avuto la fortuna di scamparla – come la mia generazione o quella dei nostri padri – dovrebbe aver preso in mano almeno una volta nella vita un libro di testo che trattasse di azioni militari. In guerra il nemico è identificabile se non con un corpo, quanto meno con una presenza concreta: un aereo, un drone, il fumo dei gas, l’esplosione di una bomba, le grida dei feriti. Le guerre si combattono su un fronte più o meno identificabile: Israele-Palestina, Libia, Yemen, Camerun (per altro, l’unico merito del Coronavirus è quello di aver dato tregua a diversi di questi annosi conflitti).

Trincee, armi e bollettini

Da vocabolario, il termine guerra è definito come un “conflitto fra due o più Stati, o in genere fra gruppi organizzati, etnici, sociali, religiosi, nella sua forma estrema e cruenta, quando cioè si sia fatto ricorso alle armi”. Nulla a che vedere dunque con virus e pandemie. Eppure, questo linguaggio militaresco, da guerrafondai della prima ora ha riscosso enorme successo in queste settimane. Il Covid-19 è il “nemico” da combattere, gli ospedali sono delle “trincee” e gli operatori sanitari (medici e infermieri) sono dei “guerrieri”, alla stessa stregua dei contagiati che guariscono. I respiratori, le mascherine, i guanti e l’Amuchina al momento sono le uniche “armi” di cui disponiamo; i Paesi che ci appoggiano e sostengono le nostre misure economiche sono “gli alleati”; le nostre case sono dei “fortini/bunker” in cui trovare sicuro riparo. Alla sera si diramano sommessamente i “bollettini” di morti, infetti e guariti. Infine, i defunti non registrati sono definiti come “i sommersi” (dice nulla Primo Levi? “I sommersi e i salvati”?).
Certo, stiamo parlando di metafore, di analogie, ma ho l’impressione che ci sia qualcosa di sbagliato in tutto questo, e non voglio derubricare il problema ad una semplice pulizia di linguaggio (che pur servirebbe). In gioco c’è molto di più, come ha meravigliosamente sottolineato Daniele Cassandro su Internazionale, citando la filosofa Susan Sontag: “La guerra è una delle poche attività umane a cui la gente non guarda in modo realistico; ovvero valutandone i costi ed i risultati. […] La guerra è pura emergenza, in cui nessun sacrificio sarà considerato eccessivo”.

Guerra

Per quanto questa pandemia sia una situazione straordinaria ed emergenziale, per quanto sia imprescindibile attenersi ad un rigoroso piano d’azione, trovo che sia parimenti necessario rivedere il nostro lessico anche per inquadrare meglio ciò che stiamo vivendo e ciò che ci attende.
La guerra è generatrice di odio fra persone, scatena i nostri istinti più barbari e animaleschi tanto da spingere gli uomini ad ammazzarsi tra di loro; guai se queste pulsioni prendessero il sopravvento in questo preciso momento storico in cui, viceversa, stanno fiorendo spontanee e meravigliose forme di vicinanza e aiuto reciproco anche tra Paesi lontani. In guerra si attacca o ci si difende, qui si previene o si cura. La guerra è una chiamata alla mobilitazione generale (militare, civile, politica), questa pandemia ci impone di smobilitarci, di mettere in standby le nostre vite.

Guerra

La guerra è spesso conseguenza di derive autoritarie estremamente pericolose, oggi invece si fa appello ad una democrazia più ampia e sovrannazionale.
Tiziano Terzani, uno dei più grandi nomi del giornalismo italiano, denunciò l’utilizzo di questo linguaggio fuorviante nel descrivere una malattia all’interno del suo libro “Un altro giro di giostra”in cui narra della sua convivenza con il cancro (che terminò nel 2004 con la sua morte): «Tutto il linguaggio che circonda questa malattia è un linguaggio di guerra e io stesso all’inizio l’avevo usato. […] Il “male” è sempre visto come qualcosa di estraneo che viene dentro di noi a far pasticci e che quindi va distrutto, eliminato, cacciato via». In fondo, non trovate anche voi che queste metafore non reggano? È sbagliato raccontare questo virus come qualcosa dotato di anima, che gode nel neutralizzarci, nel metterci in ginocchio. È sbagliato pensare che il Covid-19 abbia facoltà di scegliere preventivamente le persone da colpire e quelli da risparmiare. È sbagliato pensare che ci siano degli schieramenti contrapposti: un Noi e un Loro. Il nemico – se di nemico si tratta – è tutto fuorché qualcosa di umanizzabile e razionale. E, dunque, quella che stiamo vivendo è tutto fuorché una guerra.

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