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Occidente e Covid-19: c’eravamo tanto fraintesi5 min read

Last updated on 11 Maggio, 2020

Negazionismo. Allarmismo. Soluzioni drastiche. Mezze misure. L’avvento del Covid-19 in Occidente ha scatenato un ventaglio di reazioni incredibilmente vario e inaspettato. Unica certezza: l’assenza di omogeneità decisionale in risposta all’avanzata del nostro nuovo nemico invisibile. ‘Chi fa da sé fa per tre’ pare essere il nuovo motto del 2020. Cerchiamo di comprendere i differenti approcci adottati da alcuni Stati in merito a quella che, a partire dall’11 marzo 2020, è stata dichiarata una pandemia.

Wuhan: un modello da prendere come esempio?

Prima di muoverci nel territorio occidentale risulta fondamentale riflettere sulle misure contenitive integrate da Xi Jinping nella prima area colpita dal Covid-19. Possiamo definirle vincenti?

Inizialmente la Cina aveva preso sotto gamba la questione (un po’ come tutti noi, del resto), ma il vorticoso aumento di contagi e deceduti ha portato a una decisione spiazzante: il 23 Gennaio 2020 la provincia dell’Hubei (paragonabile per numero di abitanti all’intero territorio italiano, per intenderci) è in quarantena. Né si entra e né si esce. I negozi vengono chiusi e i transiti ferroviari, aerei e stradali bloccati. Vige l’obbligo della mascherina e si ha la possibilità di uscire solamente per recarsi al supermercato (rispettando sempre l’ormai celebre distanza di sicurezza). In 10 giorni viene costruito l’Ospedale di Huoshenshan, una struttura interamente destinata a pazienti colpiti da Covid-19.

Sorge spontanea una domanda: queste misure così rigorose hanno avuto un risvolto positivo? Oggi, 15 marzo 2020, si contano solo 4 casi a Wuhan (focolaio del Covid-19), 5 a Pechino, 4 a Zhejiang, 3 a Shangai e al Gansu e uno al Guangdong. Sul numero complessivo di contagi (80.844) si evidenziano 66.911 guariti e 3.199 decessi.

Nel territorio stanno chiudendo i nosocomi costruiti appositamente per fronteggiare la situazione. Chiaro segnale di un lento ma positivo ritorno alla normalità.

L’Italia e i provvedimenti made in China

Il 30 gennaio 2020 lo Spallanzani di Roma conferma due casi: si tratta di una coppia di turisti cinesi. Il primo caso di trasmissione secondaria è avvenuto a Codogno (provincia di Lodi) in data 18 febbraio 2020.  In breve tempo il numero di casi cresce in maniera esponenziale. Da spettatori diventiamo anche noi protagonisti. Figure celebri vengono colpite, Nicola Zingaretti, Nicola Porro e Pierpaolo Sileri ne sono un esempio. Tutti possono essere contagiati e questa presa di coscienza ci spaventa oltremisura. Si contano 21.157 casi distribuiti nel territorio.

L’Italia vara un primo decreto il 23 febbraio 2020: nei comuni in cui sono presenti focolai vi è un divieto di accesso e di allontanamento e la completa sospensione di eventi e manifestazioni. I casi aumentano a macchia d’olio e questo porta all’emanazione del DPCM del 9 marzo 2020 (definito anche #Iorestoacasa). Di che cosa si tratta? L’intero Paese diventa zona protetta, vengono limitati gli spostamenti e bloccate attività didattiche e sportive fino al 3 aprile. I cittadini hanno un dovere morale e civico: restare nella propria abitazione per salvaguardare la propria persona e gli altri.

Il 12 marzo 2020 la Cina ci ha inviato 31 tonnellate di materiale sanitario e ha messo a disposizione un’equipe di medici (tra cui presenziano il vicepresidente della Croce Rossa cinese Yang Huichuan e il professore di rianimazione cardiopolmonare Liang Zongan).

Nel territorio lombardo, intanto, si lavora per costruire un ospedale in zona Fiera di Milano. Guido Bertolaso sarà il consulente di Attilio Fontana nella realizzazione del progetto.

Francia e Spagna verso il modello italico

Nel territorio francese attualmente si contano 4.469 contagiati contro i 2.876 casi di giovedì.

Il Presidente Emmanuel Macron ha tenuto un discorso alla nazione volto a delineare le linee guida da intraprendere per fronteggiare il Covid-19. A partire da lunedì 16 marzo la Francia chiude università e scuole (per 15 giorni), ristoranti, bar e discoteche, sospende i campionati di Ligue 1 e Ligue 2 (fino a nuovo ordine) e vieta i raduni con un numero di partecipanti superiore a cento. Non viene rinviato il primo turno delle elezioni municipali di domenica 15 marzo 2020 e rimangono in funzione i trasporti pubblici.

La Spagna non è esclusa dal tornado Covid-19, si contano 7.753 casi, compresa Begona Go’mez, moglie del premier spagnolo Pedro Sanchez. Il virus si diffonde rapidamente e i casi sembrano accelerare (soprattutto nell’area di Madrid), proprio per questo il Governo ha emanato un decreto di stampo italico. Le attività accademiche sono sospese, si applica la pratica dello smartworking (ove possibile) e si invita la popolazione a limitare le uscite, è fondamentale in questa fase critica restare nel proprio domicilio.

Inghilterra: occhio non vede, cuore non duole

L’Inghilterra riveste il ruolo di pecora nera in questa fase critica. Non chiude negozi e non sospende attività che possono causare eccessivi assembramenti. Una scelta impopolare in Occidente. Scolpita nelle nostre menti l’infelice dichiarazione rilasciata recentemente da Boris Johnson: ‘Molte famiglie perderanno i loro cari prima del tempo’.

Sull’onda del dissenso generale ci chiediamo per quale ragione il Regno Unito prosegua con questa linea d’azione. La teoria del governo britannico è piuttosto semplice: si ritiene che il virus debba circolare così da far sviluppare gli anticorpi e l’immunità di gregge all’interno della comunità.

Invocare l’immunità di gregge ha senso in questo specifico caso? Si tratta di un termine che continuiamo a masticare, ma di che cosa si tratta? Questo fenomeno si verifica nel momento in cui la popolazione raggiunge una copertura vaccinale o un tasso di immunità tale da poter proteggere anche le persone non vaccinate o più deboli. Leggendo quest’ultima frase dovrebbero saltare all’occhio un paio di espressioni: copertura vaccinale e immunità. In questa fase delicata sono proprio due gli elementi mancanti:

  1. La certezza che si diventi immuni al Covid-19, non vi sono studi che provino l’impossibilità di reinfettarsi.
  2. Un vaccino da somministrare ai cittadini.

In Inghilterra al momento si contano 1.144 casi. Le prossime settimane saranno cruciali, ci faranno comprendere quale misura contenitiva sia la più adatta ad affrontare la crisi attuale. Meglio le misure drastiche all’italiana o l’immobilismo fatalista britannico? Solo il tempo e i numero potranno dircelo.

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