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Il sistema penitenziario messicano tra progetti e difficoltà4 min read

Last updated on 12 Maggio, 2020

Programma di lavori di pubblica utilità nelle carceri messicane costruito sul modello italiano

Si è tenuto qualche giorno fa nella scuola superiore dell’esecuzione penale “Piersanti Mattarella” di Roma il seminario internazionale Crimine organizzato e sistema penitenziario. L’argomento del dibattito è stato il Programma di lavori di pubblica utilità nelle carceri di città del Messico,promosso dall’UNODC (Ufficio delle Nazioni Unite per il controllo della droga e la prevenzione del crimine), che punta a contribuire al processo di reinserimento sociale dei detenuti della capitale messicana, alla prevenzione della criminalità e alla riduzione della recidiva. Obiettivi importanti, a maggior ragione in un paese in cui le dinamiche sociali – rilevanti e non – sono alle dipendenze di una criminalità insidiosa piena di sfaccettature e aree di interesse.

L’iniziativa è nata sulle orme del modello italiano “Mi riscatto per…” che ha riscosso un grande successo, apportando benefici alla collettività. I detenuti hanno hanno ripagato il proprio debito con la società, sentendosi al contempo una risorsa per la stessa. Hanno frequentato corsi di formazione all’interno delle carceri che, una volta liberi, hanno permesso loro di assumere un ruolo attivo nelle dinamiche comunitarie.

Presentazione del progetto "Mi riscatto per…il futuro" Ufficio centrale per il lavoro dei detenuti

Questo pomeriggio nella Casa Circondariale di Roma Rebibbia N.C. abbiamo presentato il progetto “Mi riscatto per…il futuro” Ufficio centrale per il lavoro dei detenuti.

Pubblicato da Ministero della Giustizia su Mercoledì 13 novembre 2019

Importanti esponenti della magistratura di Italia e Messico hanno partecipato all’incontro organizzato dall’UNODC, in collaborazione con il Dipartimento dell’Aministrazione Penitenziaria del Ministero della Giustizia.

Il sistema penitenziario messicano

Prima di affrontare le prospettive di cambiamento, però, bisogna capire quale sia il punto di partenza. La situazione del sistema penitenziario messicano è tanto palese, quanto insidiosa. Da un lato per la criminalità incontrollata e incontrollabile, dall’altro perché infettato dalla corruzione. Talvolta, sono proprio le autorità a fraternizzare con i delinquenti. Nonostante la gravità della situazione, però, se ne sente parlare poco. Parole come “desaparecidos” e “narcotrafficanti” vivono in un paradosso percettivo: sembrano incredibilmente distanti, ma – al contempo – sono fortemente radicate nell’immaginario collettivo e associate al Messico come una sorta di marchio di fabbrica del quale non si può fare a meno.

Lo sa bene Claudio Cordova, giornalista d’inchiesta che ha deciso di osservare da vicino i meccanismi della contorta realtà messicana, dove l’azzurro del cielo e del mare convive con il nero della violenza diffusa e dell’impunità. Un problema che “ha origini culturali” – come si evince dal suo documentario “La Terra degli alberi caduti” –, che coinvolge i civili e, talvolta, trova in loro silenziosa e passiva accettazione. Forse per paura, forse per rassegnazione, forse per abitudine. Nel 2019 è arrivato a 40mila il numero di desaparecidos, ovvero i civili sottratti alle famiglie e alla propria vita a partire dalla guerra della droga iniziata nel 2006.

Nonostante traspaia molto poco al di fuori dei confini messicani, i cittadini hanno piena contezza del dramma del loro paese in cui è negato il diritto alla giustizia, alla memoria e alla libera informazione. Sono pochi coloro che trovano il coraggio di opporsi, poiché “il grado di corruzione all’interno delle forze di polizia messicane ammonta a circa l’80%”. Chi si ribella, dunque, diventa facilmente un bersaglio e, spesso, viene eliminato.

Il memorandum firmato ad Agosto per i lavori di pubblica utilità nelle carceri sembra, però, essere un “passo avanti” sia dal punto di vista pratico della rieducazione della civiltà, sia per il messaggio che veicola: è la voce di quella parte del Messico che non vuole smettere di credere in un possibile cambiamento.

Il progetto 

La fase esecutiva del progetto è iniziata con la sottoscrizione del Memorandum d’Intesa del 1° agosto da parte dell’UNODC, della Segreteria di Governo di Città del Messico e del Ministero della Giustizia – Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria. Con il documento le parti si impegnano sostanzialmente su tre fronti:

  • realizzare, congiuntamente con il potere giudiziario di Città del Messico, le linee guida operative del Programma;
  • creare un gruppo di lavoro, integrato con i responsabili per l’ambiente, il lavoro, i servizi e la sicurezza della pubblica amministrazione locale, che si occupi di curare l’organizzazione dei lavori di pubblica utilità;
  • pubblicare il Manuale delle buone pratiche del modello di reinserimento lavorativo a Città del Messico.

A fine estate il progetto è stato controllato e approvato dai partner italiani e, successivamente, è stata firmata una convenzione per l’impiego di risorse economiche che vede coinvolti rappresentanti di imprese made in Italy che potrebbero diventare possibili partner privati dell’iniziativa. Un aspetto molto tenuto in considerazione – sopratutto alla luce dei 16 morti nel carcere Cerereso (Stato messicano di Zacatecas) lo scorso primo gennaio a seguito di uno scontro tra bande rivali – è l’apparato di sicurezza. È stato messo a punto il programma per la logistica e il piano di sorveglianza dei detenuti, per la formazione del personale e la corretta distribuzione delle ruoli.

Il primo piccolo-grande obiettivo è stato raggiunto agli albori del 2020.  Venti i detenuti che sono stati selezionati e che, dopo il percorso di formazione come curatori di giardini e aree verdi, sono usciti per la prima volta dal Centro penitenziario Ceresova. Il gruppo viene chiamato “la primera brigada”, espressione che rimanda ad una cinematografia di ambientazione bellica che vuole sottolineare la responsabilità socio-culturale di questi ragazzi. La consapevolezza è una: cambiare meccanismi radicati non è facile, ma provarci è indispensabile.

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